Il peso dell’indegnità

Il complesso rapporto tra indegnità a succedere e responsabilità dell’erede per le obbligazioni assunte dal defunto. Quali sono i confini della rilevanza della dichiarazione di indegnità in altri procedimenti?

L’indegnità è un istituto di diritto successorio espressamente disciplinato dal codice civile per sanzionare l’erede che si sia macchiato di gravi colpe nei confronti del defunto (come nel caso di omicidio, istigazione al suicidio o calunnia ai danni del de cuius) o che abbia offeso la libertà testamentaria di quest’ultimo, ad esempio occultando o modificando il testamento. L’erede dichiarato indegno viene quindi escluso dalla successione della persona offesa con efficacia retroattiva, dovendo restituire quanto eventualmente già ricevuto a seguito dell’apertura della successione. Come sottolineato più volte dalla Cassazione, l’indegnità a succedere deve comunque essere dichiarata con sentenza costitutiva, su richiesta del soggetto interessato, atteso che essa non costituisce un’ipotesi di incapacità all’acquisto dell’eredità ma solo una causa di esclusione dalla successione.

L’indegnità, infatti, non è uno status connaturato al soggetto che si assume indegno a succedere, ma una qualificazione di un comportamento tenuto dal soggetto medesimo che deve essere data dal giudice a seguito dell’accertamento del fatto che integra quella determinata ipotesi di indegnità dedotta in giudizio. In sostanza, si tratta di una vera e propria sanzione civile di carattere patrimoniale avente fondamento pubblicistico.

Sul tema si è recentemente espressa la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5411 del 25 febbraio, nella quale viene esaminato in profondità il rapporto tra dichiarazione di indegnità e obbligazioni pecuniarie dipendenti dalla qualifica di erede.

Nel caso di specie, l’erede veniva convenuto in giudizio per il pagamento di un debito contratto dal de cuius, nonostante la preesistenza della sentenza passata in giudicato con cui ne veniva dichiarata l’indegnità. Il nodo giuridico riguardava dunque la possibilità di opporre la sentenza costitutiva dell’indegnità, oramai definitiva, ad un soggetto terzo, estraneo al rapporto processuale definito con la sentenza passata in giudicato.

La Corte di Cassazione, dopo aver brevemente riepilogato i capisaldi dell’istituto dell’indegnità, ha ricordato come la forza del giudicato si esprima, di regola, entro i rigorosi limiti degli elementi costitutivi dell’azione, presupponendo che tra la precedente causa e quella in atto vi sia identità di parti, essendo l’efficacia soggettiva del giudicato circoscritta ai soggetti che siano posti in grado di intervenire nel processo.

Tuttavia, continua la Corte, il giudicato può altresì spiegare efficacia riflessa anche nei confronti di soggetti estranei al rapporto processuale, nel caso in cui contenga un’affermazione obiettiva di verità che non ammette la possibilità di un diverso accertamento (non potendo, cioè, la situazione giuridica in esso acclarata essere altrimenti liberamente valutata dal giudice cui la sentenza sia prodotta) e sempre che il medesimo terzo sia titolare di un diritto dipendente dalla situazione definita in quel processo o, comunque, di un diritto subordinato a tale situazione. Tale efficacia riflessa è esclusa nei confronti di chi sia, piuttosto, titolare di un diritto autonomo, e cioè di un diritto il cui titolo trovi fondamento in un rapporto diverso rispetto al rapporto sul quale ha statuito la sentenza definitiva.

Pertanto, poiché la qualità di erede del convenuto era titolo necessario per la fondatezza dell’azione diretta ad ottenere il pagamento di un debito ereditario, il giudicato maturato in un distinto processo che, come nel caso di specie, abbia negato la qualità di erede, spiega un’efficacia riflessa anche nei confronti del creditore rimasto estraneo a quel processo, atteso che la pretesa creditoria verso il chiamato all’eredità rimane comunque dipendente dalla situazione ivi definita.

Cass., Sez. II Civ, 25 febbraio 2019, n. 5411

Valentina Zamberlan – v.zamberlan@lascalaw.com

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