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Il peso delle clausole: quando il negozio tipico di comodato sfocia in un negozio atipico

La Cassazione ha analizzato l’ipotesi in cui il contratto di comodato immobiliare preveda una clausola secondo la quale la restituzione del bene da parte del comodatario avvenga “nel caso in cui il comodante ne abbia necessità”.

Riallacciandosi al filone giurisprudenziale che accanto all’ineluttabilità dei due modelli tipici di comodato (a termine e senza determinazione di durata) ha ravvisato una declinazione degli stessi di indole atipica, la Cassazione ha ribadito come, laddove la restituzione del bene venga condizionata ad un bisogno del tutto incerto nel suo verificarsi, il contratto non possa essere automaticamente inserito nell’alveo del contratto di comodato cosiddetto “precario” dovendo il giudice verificare, caso per caso, se l’assetto negoziale individuato dalle parti sia piuttosto riconducibile ad un negozio atipico.

La linea di demarcazione tra il contratto di comodato tipico ed il contratto atipico sarebbe dunque da ravvisarsi, da un lato, nell’incertezza dell’evento al verificarsi del quale occorre restituire il bene (incertezza che farebbe venir meno uno degli elementi essenziali del contratto tipico, individuato nella temporaneità del godimento) e, dall’altro, nella negoziazione delle parti in merito all’opportunità di restituire la cosa, con la conseguenza che la facoltà di recedere dal contratto troverà protezione nella misura prevista dall’art. 1322 c.c., ossia in presenza di un interesse delle parti, convenuto tra le stesse e meritevole di tutela.

Nel caso in esame, infatti, al potere discrezionale di una delle parti di recedere laddove non sia previsto un termine contrattuale, si sostituisce uno schema contrattuale che, essendo posto a salvaguardia di un assetto di interessi impresso e voluto dalle medesime, nulla ha a che vedere con il comodato cosiddetto precario che, come noto, si caratterizza per la volontà potestativa del solo comodante, il quale può farla maturare mediante semplice richiesta di restituzione del bene.

Sulla scorta di tale argomentazione la Corte di legittimità ha cassato la sentenza impugnata, rimettendo la Corte d’appello di Salerno, in diversa composizione, a provvedere sulla fattispecie esaminata, in applicazione del seguente principio di diritto: “in tema di comodato, nel caso in cui le parti abbiano vincolato l’efficacia del rapporto al venir meno dell’utilizzazione del bene concesso in godimento secondo gli accordi convenuti (ovvero al venir meno degli scopi statutari dell’ente comodatario), la circostanza che i termini dell’accordo non consentano di individuarne un’ipotesi di comodato con determinazione di durata, ai sensi dell’art. 1809 c.c., non comporta automaticamente la qualificazione del rapporto alla stregua di un contratto di comodato senza determinazione di durata con potere di recesso ad nutum del comodante, ai sensi dell’art. 1810 c.c., spettando al giudice di merito il compito di verificare se l’assetto di interessi individuato dalle parti non sia riconducibile a un accordo negoziale di natura atipica, meritevole di tutela ai sensi dell’art. 1322 c.c., avente a oggetto la regolazione del potere del comodante di pretendere la restituzione del bene concesso in godimento attraverso la sua sottrazione alla regola dell’esercizio discrezionale (ad nutum)”.

Cass., Sez. III Civ., 9 aprile 2019, n. 9796

Federica Vitucci – f.vitucci@lascalaw.com

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