Crisi e procedure concorsuali

Il fallimento delle società cooperative

Cass., Sentenza n. 6835, 24 marzo 2014

La sentenza che si segnala ai Lettori compie un’interessante digressione sull’orientamento giurisprudenziale relativo alla fallibilità o meno dell’imprenditore commerciale allorchè l’attività di  conseguimento dei profitti venga svolta per il tramite di una società cooperativa.

La sentenza in oggetto, n. 6835 del 24 marzo 2014, vede ricorrere in Cassazione una società cooperativa agricola dichiarata fallita nonostante il reclamo proposto avanti la Corte D’Appello. La società cooperativa, infatti, aveva come attività la raccolta dei frutti da prodotto da parte dei soci coltivatori e la vendita, alle migliori condizioni, per conto degli stessi: nessuno scopo di lucro ma, al contrario, una finalità mutualistica.
La società cooperativa, riteneva di non poter essere assolutamente soggetto fallibile per le proprie caratteristiche intrinseche  e stante la mancanza di distribuzione di  utili.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 6835 del  24 marzo 2014, esamina i diversi profili difensivi mossi dalla società cooperativa.

Innanzitutto ricorda che “nel procedimento per la dichiarazione di fallimento, grava sull’istante l’onere di provare gli elementi integranti il fatto costitutivo, ovvero la qualità di imprenditore commerciale del soggetto da dichiararsi fallito e lo stato di insolvenza; mentre grava sul fallendo la prova degli elementi impeditivi, estintivi e modificativi, quali la sussistenza delle esclusioni legate al limite dimensionale di fallibilità”.

Per essere esclusi dalla procedura fallimentare non è sufficiente, infatti, dichiarare l’appartenenza della società al novero delle cooperative.

L’art. 2545 terdecies, comma 1, seconda parte, infatti, ammette il fallimento delle società cooperative che svolgano attività di imprenditore commerciale, stabilendo che esse sono sottoposte “anche” a fallimento, oltre che a liquidazione coatta amministrativa, secondo il criterio discretivo della prevenzione.
La società ricorrente, invero, ha negato la propria qualità di imprenditore fallibile, evidenziando unicamente la “finalità mutualistica” della propria attività.
Osserva la Corte di Cassazione, tuttavia, che (a) da un lato, l’impresa commerciale non postula il perseguimento di un lucro soggettivo e, (b) dall’altro lato, la cooperativa che abbia fini mutualistici(anche a mutualità prevalente secondo la nozione introdotta dal D.Lgs. n. 6 del 2003) non è per ciò solo sottratta a fallimento”.

E prosegue affermando: “a) Per la qualificazione di un’impresa come commerciale, ciò che rileva, accanto all’autonomia gestionale, finanziaria e contabile, è invero il perseguimento di un c.d. lucro oggettivo, ossia il rispetto del criterio di economicità della gestione, quale tendenziale proporzionalità di costi e ricavi, in quanto questi ultimi tendano a coprire i primi … Persino il fine altruistico, infatti, non pregiudica il carattere dell’imprenditorialità dei servizi resi, qualora quest’ultimi vengano organizzati in modo che i compensi per essi percepiti siano adeguati ai relativi costi”. .
Secondo la Suprema Corte infine “la natura commerciale dell’attività svolta da una società cooperativa deriva esclusivamente dalla circostanza obiettiva che essa eserciti (o abbia esercitato) questo tipo di attività; l’indagine sull’accertamento del predetto scopo, quindi, non può ritenersi formalmente preclusa dal fine mutualistico della cooperativa, posto che l’attività commerciale non è incompatibile con la finalità mutualistica. 

Si può quindi dire che non è il fine mutualistico che esclude in sé la natura di imprenditore commerciale di una società cooperativa, dato che l’art. 2545 terdecies, come prima l’art. 2540 c.c., ne prevede espressamente la dichiarazione di fallimento, così riconoscendo che queste possono svolgere anche un’attività commerciale.

10 aprile 2014

(Valeria Sallemi – v.sallemi@lascalaw.com )

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