Contratti

Il dolo del venditore sulla vetustà del bene fa annullare il contratto

Cass., 20 febbraio 2014, Sez. III, n. 4065 (leggi la sentenza per esteso)

L’argomento oggetto del commento odierno trae spunto da una recente sentenza della Suprema Corte, la n. 4065 della III Sezione civile, depositata il 20 febbraio 2014, con la quale è stata data ragione all’acquirente di un bene, che, a causa dell’induzione in errore da parte del venditore, era convinto di acquistare un bene “nuovo di fabbrica“, quando invece l’acquisto riguardava un bene obsoleto, addirittura vecchio di diversi anni, seppur “mai usato prima”.

Il concetto è chiaro secondo la Cassazione: “nuovo di fabbrica” significa senz’altro “di recente fabbricazione“, comunque “giammai vecchio di dieci anni”.

La parte più interessante della sentenza in commento è proprio la puntualizzazione che fa la Suprema Corte in merito al dolo, tale da indurre attraverso raggiri, in errore l’acquirente non tanto sulla determinazione del prezzo del bene, quanto su una caratteristica a dir poco essenziale del bene stesso, quale è la sua vetustà.

Sostiene, dunque, la Cassazione che “La Corte d’appello di Firenze, infatti, non ha mai affermato che il contratto di vendita dovesse essere annullato perché l’acquirente fu indotto in errore sul valore della cosa. Ha affermato una cosa sensibilmente diversa, e cioè che l’acquirente fu indotto in errore sulla vetustà della cosa, volendo acquistare un bene nuovo ed avendone invece acquistato uno obsoleto. La differenza è evidente: nel primo caso l’acquirente ha una esatta percezione delle caratteristiche del bene oggetto da comprare, ma una falsa percezione del suo valore; nel secondo caso l’acquirente ha una falsa percezione delle caratteristiche stesse del bene da comprare.”

La sentenza 4065/2014 afferma, poi, che è ormai principio consolidato nel nostro Ordinamento quello, rinvenibile peraltro proprio nell’art. 1439 c.c. sul dolo, secondo il quale è prevista la sanzione dell’annullamento, per il contratto frutto di raggiri usati da parte di uno dei contraenti, “tali che, senza di essi, l’altra parte non avrebbe contrattato, senza distinzioni di sorta sul tipo di errore indotto dai raggiri.

Poco importa, quindi, se l’errore indotto dal dolo, e determinante l’acquisto, ricada sul valore del bene o su altra caratteristica dello stesso; è sempre rilevante e causa l’annullamento del negozio concluso, a patto solo di aver determinato il consenso dell’acquirente.

Sarebbe indubbiamente diverso, il caso in cui l’errore non fosse determinante per l’acquisto del bene ma, semplicemente, fosse tale che il contraente raggirato avrebbe sicuramente concluso quel contratto, ma lo avrebbe fatto solo a condizioni diverse.

Quest’ultimo è il caso di cui all’art. 1440 c.c., secondo il quale “ Se i raggiri non sono stati tali da determinare il consenso, il contratto è valido, benché senza di essi sarebbe stato concluso a condizioni diverse ma il contraente in mala fede risponde dei danni.

21 marzo 2014

(Fabio Carrozzo – f.carrozzo@lascalaw.com)

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