Responsabilità Civile

Il difensore rifonde le spese di giudizio al cliente se ne segue le indicazioni senza avvisarlo delle conseguenze

Trib. Verona, 28 maggio 2013 (leggi la sentenza per esteso)

Il professionista è tenuto, a rifondere le spese che il suo assistito è costretto ad affrontare a causa della sua negligenza. È quanto emerge dalla sentenza n. 1347/13, pubblicata dalla terza sezione civile del Tribunale di Verona.

Il caso riguarda un professionista, che nell’ambito di un processo penale, non rilevava l’inutilizzabilità di alcune intercettazioni e la prescrizione di un capo di imputazione, vedendo così condannare i propri assistiti, costringendoli ad impugnare la sentenza, e a sostenere le conseguenti spese legali.

Pertanto i clienti richiedevano al professionista il risarcimento del danno, per le spese sostenute, derivate, a loro parere, dal comportamento negligente del legale. Ebbene la sentenza in esame ha condannato l’avvocato a risarcire il danno.

Tale imputazione di responsabilità discende da un rapporto di prestazione d’opera intellettuale, da svolgersi non con l’uso della semplice diligenza media (art. 1176 1° comma c.c.), bensì con una diligenza qualificata dalla natura tecnica della prestazione (art. 1176 2° comma c.c.).

Il professionista dunque è responsabile verso il cliente per i danni subiti, nei casi in cui il suo comportamento sia stato dolosamente o colposamente causa efficiente del risultato sfavorevole.

Sul punto, la pronuncia ivi richiamata ha aggiunto un’ulteriore specificazione, ritenendo il professionista responsabile anche nei casi in cui, la condotta lesiva sia dipesa dalla volontà del cliente. Infatti, come già precedentemente accennato dalla Cassazione Civile Sez. II con sentenza n. 3463/1988, rientra nei compiti esclusivi del professionista delineare la linea difensiva opportuna, non potendo trovare alcun esonero di responsabilità l’aver seguito le volontà del proprio cliente.

Tuttavia, il professionista non deve ovviamente ritenersi responsabile ogni qualvolta l’esito non sia favorevole al cliente, integrando la sua attività un’obbligazione di mezzi e non di risultato. Bensì sarà necessario indagare sulla violazione degli obblighi di diligenza, tra i quali rientra anche quello di fornire una completa informazione al proprio assistito, in particolare sulle conseguenze di una determinata scelta difensiva, di modo da renderlo “professionalmente” informato sulla vicenda di suo interesse.

Tale dovere informativo ricorre dalla fase pre-contrattuale, e perdura per tutto il rapporto, rappresentando il corollario di quella diligenza richiesta per lo svolgimento di qualsiasi incarico professionale, e tra l’altro elemento fondamentale per la formazione di un consenso informato.

Pertanto in caso di esito sfavorevole, attraverso un giudizio prognostico di tipo probabilistico, valutando cioè se gli effetti e gli eventi lesivi si sarebbero probabilmente prodotti in assenza della condotta – sia essa commissiva od omissiva – del legale, si valuterà la sussistenza o meno della responsabilità e la dimostrazione di aver fornito una completa, nonché adeguata informazione sull’attività stessa, rappresenterà la prova del rispetto della diligenza, osservata nello svolgimento del proprio incarico.

In fine, nel caso appena analizzato, il legale, pur non avendo commesso un vero errore, ovvero un’inesattezza nel proprio operato, ha comunque violato un obbligo di diligenza, mancando nell’informare il proprio cliente, così da essere ritenuto responsabile per inadempimento e violazione dell’art. 1176 c.c. con condanna al risarcimento del danno.

(Valentina Rigatti – v.rigatti@lascalaw.com)

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