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Il decoro architettonico è un bene comune

Il decoro architettonico che caratterizza l’edificio condominiale è un bene comune anche se non ricompreso nell’elencazione di cui all’art. 1117 c.c.; il singolo condomino è dunque legittimato ad agire in giudizio per la rimozione delle modifiche, abusive e pregiudizievoli, apportate da altri condomini alla struttura. E’ questo quanto deciso dalla Suprema Corte con Ordinanza depositata il 5 novembre 2019.

Il caso in oggetto ha visto la proprietaria di un immobile citare in giudizio i proprietari dell’immobile confinante con il proprio appartamento, sito nel medesimo complesso condominiale, domandando la rimozione di alcune strutture esterne realizzate dai convenuti in violazione dell’art. 1102, comma 2, c.c. e del regolamento condominiale ai sensi dei quale veniva vietato effettuare le modifiche che alterino l’aspetto architettonico di un immobile. I convenuti eccependo l’infondatezza della domanda attorea, in via riconvenzionale, chiedevano al giudice di condannare l’attrice alla rimozione di alcune inferiate installate dalla stessa sulle proprie finestre. Il Giudice di primo grado rigettava la domanda attorea così come la riconvenzionale escludendo la compromissione del decoro architettonico, la decisione veniva tuttavia ribaltata in appello.

Il giudice di secondo grado riteneva, infatti, che le modificazioni apportate da entrambi i condomini alle parti comuni in violazione del divieto del regolamento rendevano tali opere abusive e pregiudizievoli per il decoro architettonico dell’edificio, legittimando il singolo condomino ad agire in giudizio per la tutela della cosa comune. In particolare, la Corte ha ritenuto che le opere dei convenuti costituissero una violazione dell’art. 7 del regolamento condominiale, intesa come norma di contenuto più ampio dell’art. 1120 c.c., giacché fondata sul generico concetto di “aspetto architettonico”.

La questione giungeva all’attenzione della Suprema Corte la quale con l’ordinanza in commento precisa che “il decoro architettonico, che caratterizzi la fisionomia dell’edificio condominiale, è un bene comune, ai sensi dell’art. 1117 c.c., il cui mantenimento è tutelato a prescindere dalla validità estetica assoluta delle modifiche” e che la tutela del decoro architettonico costituisce una reazione a fronte della “apprezzabile alterazione delle linee e delle strutture fondamentali dell’edificio, o di singole parti dello stesso, con consequenziale diminuzione del valore dell’intera struttura, anche di ciascuna delle unità immobiliari che lo compongono”.

L’apprezzamento dell’impatto dell’innovazione sul decoro architettonico è demandato al giudice di merito il quale “deve adottare, caso per caso, criteri di maggiore o minore rigore in considerazione alle caratteristiche proprie di ogni edificio” così come “deve accertare l’alterazione sia appariscente e di non trascurabile entità, tale da provocare un pregiudizio estetico dell’insieme suscettibile di valutazione economica”.

A conclusione dell’ordinanza in oggetto, la suprema Corte, considerando che l’interpretazione del regolamento condominiale è sindacabile in sede di legittimità solo per violazione delle regole legali di ermeneutica contrattuale o per l’omesso esame di un fatto storico, ha rigettato il ricorso condannando i ricorrenti al rimborso delle spese.

Cass., Sez. II Civ., 5 novembre 2019, ordinanza n. 28465

Emanuele Varenna – e.varenna@lascalaw.com

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