La mediazione è obbligatoria anche per il fideiussore?

Il datore di lavoro può decidere di non avvalersi del patto di non concorrenza?

Molto dibattuta è la questione relativa al patto di non concorrenza soggetto ad opzione, nonché quella relativa alla clausola di recesso dal PNC.

È interessante notare come due clausole, seppure dallo schema giuridico molto differente, siano simili nei loro effetti pratici: consentire al datore di lavoro di non pagare il corrispettivo del patto, pur avendo limitato la libertà del lavoratore nel corso del rapporto.

Infatti, il patto di opzione consente al datore di lavoro di decidere, al termine del rapporto, se corrispondere il corrispettivo (vincolando il lavoratore) oppure non esercitare l’opzione (non pagando il corrispettivo).

La clausola di recesso, invece, consentirebbe al datore di lavoro di recedere dal patto prima di aver corrisposto il corrispettivo.

Quanto al primo caso, la giurisprudenza la Corte di Appello di Milano ha ritenuto valida la clausola relativa al diritto di opzione del patto di non concorrenza, con la conseguenza che, nel caso in cui il datore di lavoro decidesse di non accettarla al momento della cessazione del rapporto di lavoro, il dipendente non potrebbe vantare alcun diritto alla corresponsione del compenso stabilito per il patto stesso.

Nel caso esaminato dalla Corte di Appello di Milano, il lavoratore chiedeva la riforma della sentenza di primo grado laddove aveva escluso che potessero ravvisarsi profili di invalidità nella clausola recante il diritto di opzione accedente al patto di non concorrenza e, dunque, laddove aveva negato il diritto al relativo compenso.

In particolare, ad avviso dell’appellante, il patto di non concorrenza, benché operante successivamente alla conclusione del rapporto di lavoro, si era perfezionato al momento della sua stipulazione e aveva impedito, per tale motivo, al lavoratore di progettare il suo futuro lavorativo, con evidenti ripercussioni negative sulla sua libertà negoziale.

Tali argomentazioni non sono state ritenute convincenti dalla Corte meneghina, la quale ha affermato il principio di diritto secondo cui, in ragione della struttura tipica dell’opzione prevista dall’ordinamento, la parte contrattuale vincolata all’opzione non è tenuta alla prestazione contrattuale finché la controparte non accetta.

Infatti, l’opzione determina la nascita di un diritto a favore dell’opzionario soltanto nel caso e nel momento in cui venga esercitata.

La pronuncia, tuttavia, lascia aperta la strada ad esiti più favorevoli per i lavoratori, nelle ipotesi in cui gli stessi riescano a dimostrare la compressione della propria libertà contrattuale per non avere accettato, nell’incertezza di essere vincolati alla non concorrenza altre proposte lavorative.

Quanto, invece, alla seconda questione, la giurisprudenza di legittimità sembra ormai costantemente escludere la validità della clausola inserita nel patto di non concorrenza che preveda la libertà di recesso del datore dal patto.

Tale orientamento è stato ribadito in una recentissima sentenza della Suprema Corte.

In conclusione, a fronte di situazioni concrete molto simili, la previsione contrattuale di una, o dell’altra clausola, possono portare ad esiti decisamente diversi.

Corte d’App. Milano, 2 settembre 2019, n. 908

Cass. Sez. Lav., 3 giugno 2020, n. 10535

Rachele Spadafora – r.spadafora@lascalaw.com

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