Crisi e procedure concorsuali

Il blocco delle azioni esecutive e il concordato preventivo

Recentemente un cliente ci ha posto il seguente quesito:

Nel caso in cui una banca, a seguito della notifica di un pignoramento presso terzi, abbia bloccato le somme giacenti sui rapporti a questo intestati, può procedere allo sblocco delle somme se viene presentato, dal cliente stesso, un ricorso per l’ammissione alla Procedura di Concordato Preventivo?.

La norma di riferimento è individuabile nel secondo comma dell’art. 168 l.f., a mente del quale:

dalla data della pubblicazione del ricorso nel registro delle imprese e fino al momento in cui il decreto di omologazione del concordato preventivo diventa definitivo, i creditori per titolo o causa anteriore non possono, sotto pena di nullità, iniziare o proseguire azioni esecutive e cautelari sul patrimonio del debitore“.

Il suddetto articolo, come noto, è stato recentemente modificato dal D.L. n. 83/12, convertito con modificazioni dalla Legge n. 134/12, la quale ha conformato l’ambito di applicazione temporale della disciplina in esame a quello introdotto con la riforma – gli effetti della domanda di concordato, infatti, si verificano con la pubblicazione del ricorso sul registro delle imprese e non più, come in precedenza, con il mero deposito o con il decreto di ammissione (a seconda dei casi) – ha esteso la norma anche alle azioni cautelari e ha eliminato il riferimento dell’anteriorità al decreto di omologa.

Tale era, infatti, il testo nella versione anteriore all’ultima riforma:

dalla data della presentazione del ricorso e fino al momento in cui il decreto di omologazione del concordato preventivo diventa definitivo, i creditori per titolo o causa anteriore al decreto non possono, sotto pena di nullità, iniziare o proseguire azioni esecutive sul patrimonio del debitore”.

Evidenziate le differenze esistenti tra le due formulazioni dell’art. 168 l.f., si deve, però, sottolineare come, ai fini della fattispecie qui esaminata, le recenti modifiche risultino di scarsa rilevanza, atteso che, come visto, la norma continua a sanzionare di nullità le procedure esecutive pendenti.

Ma per quanto la norma paia tranchant nel comminare la nullità delle procedure esecutive in corso, occorre verificare, da un lato, se effettivamente la sanzione sia quella indicata nella norma e, dall’altro, quale sia lo strumento processuale utilizzabile al fine di giungere a tale risultato.

Al riguardo, si ritiene opportuno citare il parere di autorevole dottrina: “l’art. 168 l.f. dispone che le azioni esecutive non si possono iniziare o proseguire sotto pena di nullità. Sul punto si registrano diversità di opinioni in quanto alcuni, nel rispetto testuale della disposizione di legge, ritengono che si tratti di nullità, altri, invece, sostengono che in realtà si tratta di mera improcedibilità. Riguardo a questo primo problema la soluzione più corretta ci sembra la prima la quale è rispettosa della lettera della legge: si deve quindi concludere per la nullità rilevabile d’ufficio perchè se è vero che trattasi di una sanzione posta a favore dei creditori, è anche vero che in tal modo la legge ha voluto salvaguardare il principio di natura pubblicistica della par condicio, principio che, appunto, in quanto pubblico può e dev’essere tutelato anche d’ufficio dal giudice. Ma se ciò nonostante il creditore viola il divieto, qual è la tutela giudiziaria? La legittimazione a bloccare il creditore va riconosciuta sia agli altri creditori che al debitore. Il mezzo processuale può essere duplice: o i suddetti soggetti sollecitano l’intervento d’ufficio del giudice dell’esecuzione, ovvero possono promuovere l’opposizione all’esecuzione all’esecuzione posto che il concordato preventivo va visto come una causa che fa venir meno il diritto di procedere esecutivamente” (G. Rago, Il concordato preventivo dalla domanda all’omologazione, 1998, CEDAM, 235-236)

La tesi della rilevabilità d’ufficio della nullità/improcedibilità delle azioni esecutive pendenti alla data di deposito (ora di pubblicazione sul registro delle imprese) della domanda di concordato preventivo è stata autorevolmente sostenuta anche dalla giurisprudenza di legittimità, la quale ha affermato, seppur in un obiter dictum, che “il divieto assoluto stabilito dall’art. 168, comma 2, l. fall. [è] sanzionato con la nullità, rilevabile, in quanto tale, d’ufficio dal giudice e deducibile da chiunque vi abbia interesse e, quindi, anche dal debitore” (Cass. 3 agosto 1990, n. 7807, in motivazione, in Giust. civ., 1990, II, 2840).

Ancora più recentemente la Suprema Corte ha confermato il provvedimento con il quale il Giudice dell’Esecuzione aveva dichiarato l’improseguibilità, ai sensi dell’art. 168 l.f., della procedura esecutiva in ragione della domanda di concordato preventivo depositata dal debitore esecutato, precisando che l’omessa audizione degli interessati (nella specie gli aggiudicatari del bene staggito) non poteva comportare alcun effetto invalidante del provvedimento emesso dal Giudice dell’Esecuzione (cfr. Cass. 28 giugno 2002, n. 9488).

Diversamente si potrebbe concludere ove i  procedimenti esecutivi si fossero già conclusi e, nello specifico, fosse stata pronunciata l’ordinanza di assegnazione ai sensi dell’art. 553 c.p.c. in data anteriore a quella di pubblicazione della domanda di concordato preventivo sul registro delle imprese, atteso che, secondo la giurisprudenza di legittimità, tale provvedimento conclude la procedura esecutiva, a nulla rilevando la circostanza per la quale il terzo pignorato provveda al pagamento dovuto in forza del provvedimento di assegnazione in epoca successiva al deposito ed alla (attualmente prevista) pubblicazione della domanda di concordato preventivo da parte del debitore esecutato (cfr. Cass. 29 novembre 2005, n. 26036).

Per quanto riguarda, invece, il disposto di cui all’art. 184 l.f. – il quale prevede l’obbligatorietà del concordato omologato per i creditori anteriori alla domanda (ora il riferimento temporale introdotto dal D.L. 83/12 è, in conformità alla riforma legislativa, la data di pubblicazione della domanda) – si evidenzia come, ai fini che qui rilevano, tale norma, secondo la dottrina prevalente, debba essere interpretata quale raccordo rispetto all’art. 168 l.f., nel senso di estendere anche ad epoca successiva alla definitività dell’omologa del concordato (limite temporale previsto dall’art. 168 l.f.) il divieto di porre in essere azioni esecutive sul patrimonio del debitore in concordato.

Alla luce di quanto precede, si ritiene che le somme già vincolate possano essere svincolate, pur evidenziando che, allorchè uno o più dei pignoramenti presso terzi fossero stati iscritti a ruolo, sarebbe preferibile, prima di acconsentire a detta richiesta, ottenere un provvedimento con il quale il Giudice dell’Esecuzione dichiari la nullità o l’improcedibilità della procedura esecutiva e, conseguentemente, l’estinzione del pignoramento.

Ovviamente, alla luce dell’orientamento maggioritario sopra riferito, la relativa istanza potrà essere avanzata sia dal debitore, sia dalla banca.

(Luciana Cipolla – l.cipolla@lascalaw.com)

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