Credito Al Consumo

I recenti orientamenti dei tribunali in tema di collegamento negoziale tra contratto di finanziamento e di compravendita

Nell’ambito del contenzioso in materia di credito al consumo, una delle tematiche più ricorrenti affrontate dallo Studio riguarda il rapporto tra il contratto di compravendita, concluso dal consumatore con il soggetto convenzionato – fornitore del bene e/o del servizio – e quello di finanziamento stipulato dal cliente con la società finanziaria.

La giurisprudenza, ripetutamente interrogata sul punto, appare divisa: ed è proprio nel solco delle variegate interpretazioni fornite dai più autorevoli Fori che si è, di recente, inserita la pronuncia del 18.07.2012 n. 1634, resa dal Tribunale di Verona che, chiamato ad esprimersi sulla sussistenza o meno del collegamento tra le due anzidette specie negoziali, ha concluso statuendo che “il contratto di credito al consumo, pur caratterizzandosi per la presenza di una clausola di destinazione nel contratto di finanziamento, non è riconducibile alla diversa categoria del mutuo di scopo, ma si inserisce in un’autonoma categoria di collegamento negoziale necessario (con il contratto di finanziamento), di derivazione legale” con la conseguente applicabilità del principio “simul stabunt simul cadent”.

Prima di esaminare l’iter argomentativo seguito dal Tribunale veronese, è solo il caso di soffermarsi sulla distinzione tra la fattispecie del c.d. credito al consumo – disciplinata dagli artt. 40 segg. del D. Lgs. n. 206/2005 (Codice del Consumo) e dagli artt. 121 segg. del D. Lgs. n. 385/1993 (Testo Unico delle leggi in materia Bancaria e Creditizia), e quella del mutuo di scopo.

L’art. 121, comma 1, del D. Lgs. n. 385/1993 definisce il credito al consumo come “la concessione, nell’esercizio di un’attività commerciale o professionale, di credito sotto forma di dilazione di pagamento, di finanziamento o di altra analoga facilitazione finanziaria a favore di una persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale svolta (consumatore)”.

Proprio la definizione del contratto di credito al consumo – come anche confermato dalla sentenza in esame – consente di affermare come lo stesso non possa essere astrattamente ricondotto nell’ambito del mutuo di scopo che, invece, si caratterizza per l’assunzione di un vero e proprio obbligo del mutuatario di destinare l’importo mutuato allo scopo dichiarato, sia esso di natura legale che volontaria.

Con la sentenza del 18.07.2012 n. 1634 il Tribunale di Verona ha rilevato come, nel caso sottoposto alla sua attenzione, il contratto di finanziamento fosse stato sottoscritto da persone fisiche per scopi di consumo, e, nonostante la presenza nelle condizioni di contratto di una clausola di destinazione dell’importo mutuato,  lo stesso, in ogni caso, non apparisse riconducibile alla diversa categoria del mutuo di scopo, bensì ad un’autonoma categoria di collegamento necessario di matrice legale.

Ebbene, la pronuncia in esame, seguendo l’interpretazione suggerita dalla Suprema Corte (Cass. SS. UU. n.13533/01) – la quale aveva ragionato nel senso di concepire il collegamento negoziale come uno strumento con il quale le parti, nella loro autonomia contrattuale, “perseguono un risultato complesso attraverso una pluralità coordinata di contratti funzionalmente e teleologicamente collegati” –  ha stabilito che gli eventuali “vizi” del contratto di compravendita inevitabilmente riverberano i propri effetti sul contratto di finanziamento, al primo causalmente connesso.

In definitiva, seguendo tale interpretazione, il Foro veronese è pervenuto alla conclusione che il consumatore, in presenza di vizi “genetici o funzionali del contratto finanziato” – come avvenuto nel caso di specie, ove il contratto di compravendita era rimasto inadempiuto  – potrà, quindi, agire giudizialmente affinché la nullità del contratto di compravendita spieghi i propri effetti caducatori anche rispetto al contratto di finanziamento, sia pure in presenza di un eventuale espresso accordo inter partes che escluda il patto di esclusiva tra fornitore e finanziatore.

Diversamente da quanto fin qui esposto, valorizzando proprio la portata della clausola contrattuale di deroga dell’accordo di esclusiva tra fornitore e finanziatore, alcuni autorevoli Tribunali sono invece pervenuti a conclusioni radicalmente opposte rispetto a quella espressa dal Foro di Verona.

In questo senso si è, ad esempio, espressa la Corte d’Appello di Napoli che, con una recentissima pronuncia (App. Na 472/13), ha statuito che: “… affinché possa configurarsi un collegamento negoziale in senso tecnico non è sufficiente un nesso occasionale tra i negozi, ma è necessario che il collegamento dipenda dalla genesi stessa del rapporto, dalla circostanza cioè che uno dei due negozi trovi la propria causa nell’altro, nonché dall’intento specifico e particolare di coordinare i due negozi, instaurando tra di essi una connessione teleologica, soltanto se la volontà di collegamento si sia obiettivata nel contenuto dei diversi negozi (Cass. N. 12567, dell’8/07/2004 e Cass. N. 7524 del 27/03/2007). Tale intenzione dei contraenti, di subordinare gli effetti del contratto di finanziamento al perfezionamento dell’acquisto,  non solo non risulta espressa in alcuna clausola, ma anzi è chiaramente esclusa dalla pattuizione delle condizioni generali di contratto”.

Aderendo a questa impostazione di fondo, nella stessa direzione si è, altresì, mosso il Tribunale di Vibo Valentia che, seguendo le richiamate pronunce rese dalla Suprema Corte, con la sentenza n. 520/2012, ha stabilito che: “… La Giurisprudenza ha ritenuto che, per poter parlare di un collegamento negoziale, occorre rinvenire nella fattispecie, un elemento oggettivo ed un elemento soggettivo … Secondo questo giudicante, la fattispecie in esame non integra un’ipotesi di collegamento negoziale, difettando il requisito soggettivo, come è possibile evincere dal fatto che il contratto di finanziamento reca la clausola secondo cui [XXXXX è estranea ai rapporti tra il cliente e gli esercizi convenzionati per le merci e/o i servizi forniti]… Detta clausola manifesta l’intenzione delle parti di mantenere il contratto di finanziamento indipendente da quello di affiliazione, di modo che il rischio inerente al mancato inadempimento da parte della società di servizi sia sopportato dal mutuatario”.

In conclusione, seguendo tale impostazione, trattandosi di disciplina regolata dal Codice del Consumo, nel caso di specie, non è ravvisabile alcun collegamento negoziale tra il contratto di finanziamento e quello di compravendita, quando, in presenza di un’espressa clausola derogatoria dell’accordo di “esclusiva” tra fornitore e finanziatore, detti negozi siano stati contrattualmente concepiti e voluti come non avvinti teleologicamente da un nesso di reciproca interdipendenza: circostanza, questa, della quale il Tribunale di Verona non ha tenuto conto.

(Michela Bordonaro – m.bordonaro@lascalaw.com)

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