Successioni

Hereditatis petitio

  Il caso dal quale ha avuto origine la sentenza in commento (Cass. civ., sez. II,  nr. 5091 del 3 marzo 2010) riguarda la rivendicazione di beni ereditari nei confronti del possessore in buona fede. La Suprema corte ha cassato senza rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Genova che “condannava gli appellati al risarcimento dei danni per l’indebita detenzione ed utilizzazione dei beni ereditari, danni che, secondo la specifica richiesta degli appellanti, vanno liquidati in separato giudizio”. Sul tema l’ordinamento riconosce in favore dell’erede uno strumento di tutela a carattere universale: la petizione di eredita. L’art. 533 c.c. stabilisce che l’erede può chiedere il riconoscimento della propria qualità contro chiunque possieda indebitamente la totalità o una parte dei beni ereditari. I presupposti della petitio sono la qualifica di erede dell’attore, il possesso dei beni ereditari a titolo di erede o senza titolo nonché l’appartenenza alla massa ereditaria del bene controverso. I caratteri di tale azione sono riconosciuti nell’assolutezza, autonomia, imprescrittibilità, realità universalità e nel suo configurarsi come azione di condanna. La legittimazione attiva spetta all’erede, il chiamato all’eredità prima dell’accettazione non è legittimato. La legittimazione passiva riguarda chi possiede i beni ereditari nella qualità di erede e come tale si comporta (possessor pro erede) oppure colui che possiede senza alcun titolo (possessor pro possessore) ed i relativi aventi causa. La petizione ereditaria si differenzia dall’azione di rivendicazione (art. 948 c.c.) sia per la causa petendi che per il regime probatorio: per la petitio è sufficiente dimostrare la qualità di erede e l’appartenenza del bene al patrimonio del de cuius.

L’art. 535 c.c. disciplina gli effetti dell’esercizio vittorioso di siffatta azione considerando rilevanti gli stati soggettivi del possessore. Pertanto detta disciplina viene viene mutuata mediante rinvio alle disposizioni generali in materia di effetti del possesso. Tali norme prevedono conseguenze diverse a seconda che il possessore sia di buona o mala fede. In particolare il possessore di buona fede fa propri i frutti naturali separati ed i frutti civili maturati fino al giorno della domanda giudiziale. Nel silenzio della legge si ritiene che il possessore di mala fede sia tenuto a restituire i frutti percepiti, ciò a titolo risarcitorio.

La configurabilità di un’obbligazione risarcitoria in capo al possessore di buona fede è invece discussa. Secondo la Cassazione chi agisce per rivendicare i beni ereditari nei confronti del possessore di buona fede non potrebbe pretendere il risarcimento dei danni, ma soltanto la restituzione dei frutti indebitamente percepiti.

(Nadia Rolandi – n.rolandi@lascalaw.com)  

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