Prelievi in conto corrente: non basta essere cointestatari

Gravità e non transitorietà in C.R., due facce della stessa medaglia

Con ricorso ex art. 700 c.p.c., una società, cliente di un istituto di credito assistito dallo Studio, invocava tutela cautelare ante causam urgente chiedendo la immediata cancellazione della stessa dalla Centrale Rischi, sostenendone l’illegittimità. In detto giudizio la banca restava contumace.

Il Giudice monocratico del Tribunale di Firenze accoglieva la tutela interinale e la banca proponeva immediato reclamo al Collegio lamentando la erroneità del provvedimento reclamato, nella parte in cui non aveva considerato adeguatamente che la parte ricorrente non aveva prodotto documentazione da cui emergesse la lamentata segnalazione alla centrale rischi e l’importo posto a sofferenza, non potendosi considerare onere dell’istituto di credito offrire elementi probatori di segno contrario.

Il Collegio riformava la decisione del Giudice monocratico, confermando la legittimità della segnalazione in Centrale Rischi e condannando parte reclamata alla refusione delle spese di lite

Quanto ai motivi di reclamo, in primo luogo il Collegio ha osservato che effettivamente, in sede cautelare, parte ricorrente non aveva depositato la documentazione relativa alla propria posizione rispetto alla segnalazione alla Banca d’Italia, avendo provveduto a tale produzione solo in sede di reclamo.

In secondo luogo, facendo riferimento alla circolare n. 139 del 1991 della Banca d’Italia, il Tribunale ha osservato che – per quanto attiene al fumus boni iuris – la banca reclamante, nel compiere la segnalazione, risultava aver pienamente compiuto la necessaria valutazione, alla stessa imposta anzitutto dalla predetta circolare, avente ad oggetto la complessiva situazione economico-finanziaria del debitore segnalato. I parametri di tale valutazione sono stati in più occasioni ribaditi dalla Suprema Corte, che ha escluso la necessità della ricorrenza di una situazione di insolvenza rilevante ai fini della normativa fallimentare, ma ha altresì escluso la sufficienza di un mero stato protratto di inadempimento o di una situazione di difficoltà economica transitoria, in assenza di ulteriori indici univocamente convergenti.

Sul punto la giurisprudenza della Suprema Corte (Cass.n. 15609/14; Cass. n. 26361/2014) afferma che “la segnalazione di una posizione “in sofferenza” presso la Centrale Rischi della Banca d’Italia secondo le istruzioni del predetto istituto e le direttive del CICR, richiede una valutazione, da parte dell’intermediario, riferibile alla complessiva situazione finanziaria del cliente, e non può quindi scaturire dal mero ritardo nel pagamento del debito o dal volontario inadempimento, ma deve essere determinata dal riscontro di una situazione patrimoniale deficitaria, caratterizzata da una grave e non transitoria difficoltà economica equiparabile, anche se non coincidente con la condizione di insolvenza” ma anche (Cass. n. 23083/13)  che “lo stato di insolvenza – non necessariamente coincidente con quello proprio della disciplina fallimentare – rilevante ai fini della segnalazione del debitore alla Centrale Rischi scaturisce da una valutazione negativa della situazione patrimoniale del medesimo evincibile anche da una grave difficoltà economica, che induce la definitiva irrecuperabilità del credito, sulla base di circostanze di fatto (quali la pluralità di inadempimenti, la costituzione di garanzie reali in favore di terzi o l’esistenza di procedure esecutive infruttuose) che devono essere specificamente indicate dal giudice di merito, in mancanza potendo ravvisarsi il vizio di insufficiente motivazione”.

Nel caso di specie il Collegio, conformandosi all’orientamento comune della giurisprudenza di merito e di legittimità, ha affermato: “corretto risulta l’operato dell’istituto resistente, che ha proceduto alla segnalazione al cospetto di elementi indicativi della gravità e non transitorietà della situazione di difficoltà economico-finanziaria della ricorrente o della verosimile impossibilità di recupero del credito prestato, poiché, se è vero che non è stata dimostrata la esistenza, ad esempio, di protesti, di procedure esecutive, o di altre segnalazioni a sofferenza da parte di altri istituti bancari a carico della segnalata, non può non rilevarsi che, rispetto all’altro creditore […], vi è una altalenante indicazione dal settembre 2016 di crediti scaduti o sconfinanti, a volte da 90 a 180 giorni, a volte oltre i 180 giorni.”

Alla luce delle deduzioni svolte, dunque, perché possa essere legittimamente compiuta una segnalazione di “sofferenza” alla Centrale Rischi, occorre che il segnalato si trovi in uno stato di persistente instabilità patrimoniale e finanziaria idonea ad intralciare il recupero del credito ad opera della banca e, quindi, potenzialmente da parte di qualsiasi altra banca che stia per concedere credito al medesimo soggetto.

Tribunale di Firenze, 2 maggio 2019, ordinanza n. 4341

Maria Grazia Sclapari – m.sclapari@lascalaw.com

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