Polizza Linked, tra normativa applicabile ed onere dell’attore in giudizio

Gli ordini di investimento sono ratificabili per “facta concludentia”

La Suprema Corte, con una recente decisione, ha ribadito che gli ordini di investimento, non essendo soggetti a forma scritta, possono essere ratificati anche per fatti concludenti.

Un’investitrice citava in giudizio una banca sostenendo che questa avrebbe venduto dei titoli depositati sul suo conto deposito a sua insaputa. A sostegno della domanda l’attrice affermava di essersi resa conto dell’avvenuta vendita dei titoli solo nel 1998, mentre l’operazione era stata perfezionata nel 1996. Inoltre, l’attrice riferiva che la vendita sarebbe stata eseguita in assenza della documentazione prevista dalla normativa al tempo vigente (D.lgs n. 415/1996).

Il Tribunale, accogliendo le domande proposte dall’attrice, condannava la banca a restituire il capitale investito; tuttavia, in seguito all’impugnazione, la Corte d’Appello riformava la sentenza sostenendo che con il proprio comportamento concludente, privo di contestazioni per circa due anni, l’attrice avrebbe ratificato l’operato della banca.

Proposto ricorso in Cassazione la Corte ha affermato che, anche in riferimento al periodo antecedente all’entrata in vigore del D.lgs n. 58/1998, “la giurisprudenza di legittimità ha costantemente escluso la necessità di specifici requisiti formali, a meno che non sia lo stesso contratto quadro ad imporli (cfr. Cass.. Sez. I. 29 febbraio 2016, n. 3950; 22 marzo 2013, n. 7283; 7 settembre 2001. n. 11495). Conseguentemente, risultano sottratti ad oneri formali anche i negozi eventualmente collegati agli ordini d’investimento, quali l’autorizzazione ad impartirli o il conferimento del relativo incarico ad un terzo, ovvero la ratifica postuma dell’operato di quest’ultimo, il cui compimento non deve necessariamente evincersi da un atto scritto, potendo risultare anche per facta concludentia e può quindi essere provato anche in via presuntiva.”.

Posti tali principi la Corte rigettava parzialmente il ricorso così motivando: “Non merita pertanto censura la sentenza impugnata, nella parte in cui, preso atto della mancata produzione in giudizio di un ordine scritto di vendita dei titoli sottoscritto dalla ricorrente o da un suo incaricato o di una ratifica successivamente comunicata per iscritto, ha ritenuto che la relativa prova potesse essere acquisita anche a mezzo di testimoni o per presunzioni, la cui ammissibilità, rimessa in via esclusiva all’apprezzamento del giudice di merito, è censurabile in sede di legittimità soltanto per incongruenza o illogicità della motivazione, nella specie soltanto genericamente dedotta”.

Con la pronuncia in commento, quindi, la Suprema Corte conferma – ancora una volta – che gli ordini di investimento non sono soggetti ad alcuna forma di validità (salva la sussistenza di accordi negoziali sul punto) e, dunque, la prova degli ordini (siano essi di investimento e/o disinvestimento) può essere fornita con ogni mezzo, anche per presunzioni.

Cass., Sez. I, 20 gennaio 2017, n.1578 (leggi la sentenza)

Carlo Giambalvo Zillic.zilli@lascalaw.com

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