Diritto d'autore

Gli interni di Kiko sono tutelati dalla legge sul diritto d’autore

Trib. Milano, Sez. Spec. in Materia di Impresa, 13 ottobre 2015, n. 11416 

La sentenza n. 11416 del Tribunale di Milano, depositata in data 13 ottobre 2015, ha riconosciuto la tutela della legge sul diritto d’autore ai cd «progetti di arredamento interno» sulla base di quanto espresso all’art. 2 n. 5 legge n. 633 del 22 aprile 1941 («Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio ») che indica, nel novero dei beni oggetto di tutela, in modo generico, «i disegni e le opere dell’architettura».

Nel caso di specie, la nota società Kiko, attiva nel settore della cosmetica, agiva in giudizio contro una società concorrente nel medesimo settore, la Wjcon, lamentando che quest’ultima avesse copiato e riprodotto il modello stilistico e architettonico dei propri negozi. Tale concept, era stato progettato da uno studio di architettura su specifica commissione. Ma non solo: sempre secondo l’attrice, la convenuta aveva realizzato una condotta di concorrenza sleale non solo per via della riproduzione degli elementi architettonici dei negozi ma anche per l’identica ripresa di altri elementi come, a titolo esemplificativo, l’abbigliamento e gli accessori delle commesse, il format del sito web, le promozioni commerciali (anche nella loro configurazione grafica e di colori), ecc.

Secondo i giudici milanesi, come brevemente accennato in premessa, la tutelabilità degli arredi interni è garantita dall’art. 2 n. 5 della legge sul diritto di autore (legge n. 633 del 22 aprile 1941) nonché «unanimemente affermata dalla dottrina e confermata dalla giurisprudenza di merito che finora ha affrontato tale questione (v. tra le più recenti Tribunale Milano, 8.2.2011), laddove – come in generale nelle opere di architettura – la progettazione costituisca un risultato non imposto dal problema tecnico funzionale che l’autore vuole risolvere».

Inoltre, secondo il Tribunale di Milano, il comportamento assunto dalla convenuta integra anche gli estremi della concorrenza sleale parassitaria ex art. 2598 co. 1 n. 3 c.c.. Difatti, secondo i giudici milanesi, la ripresa pedissequa di ulteriori elementi (dall’abbigliamento delle commesse alle medesime promozioni commerciali, etc.) denota la volontà di volersi appropriare di tale format ideato e sfruttato da un altro soggetto (i.e. l’attrice) che, peraltro, è un suo diretto competitor.

Di conseguenza, sulla base di queste considerazioni, la convenuta è stata condannata:

  • all’inibitoria con fissazione di una penale di Euro 10.000 per ogni negozio che risulterà mantenere ancora l’arredamento contestato oltre il sessantesimo giorno dalla notifica della sentenza;
  • alla liquidazione del danno, che è stato determinato e fissato in misura equitativa in Euro 700.000 usando come riferimento il costo che il progetto aveva avuto per l’attrice (circa Euro 70.000) e il numero di negozi della convenuta in cui esso era stato adottato («numerosi, sparsi sul territorio nazionale»);
  • Al risarcimento delle spese di lite, fissate in Euro 26.400 oltre i costi sostenuti dall’attrice per l’accertamento dell’illecito, per Euro 16.250;
  • alla pubblicazione del dispositivo della sentenza sul quotidiano La Repubblica, con costi a carico della convenuta.

20 novembre 2015

Franco Pizzabiocca f.pizzabiocca@lascalaw.com

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