Not in my name: il falsus procurator di società di capitali

Recesso del socio e legittimazione a promuovere azione sociale di responsabilità

Con ordinanza del 25 Gennaio 2017, pubblicata il 9 febbraio 2017 – con cui il Collegio si è trovato a decidere su un reclamo proposto avverso un’ordinanza del Tribunale di Roma del 6 settembre 2016 – si affronta il tema degli effetti della dichiarazione di recesso in relazione alla cessazione dello status socii di società a responsabilità limitata e all’esperimento dell’azione sociale di responsabilità di cui all’articolo 2476 comma terzo c.c..

Il Collegio, in particolare, dopo aver ribadito la necessità della qualifica di socio per poter esperire l’azione sociale di responsabilità di cui al terzo comma dell’articolo 2476 c.c. (il quale stabilisce che l’azione di responsabilità contro gli amministratori è promossa da ciascun socio, il quale può altresì chiedere, in caso di gravi irregolarità nella gestione della società, che sia adottato provvedimento cautelare di revoca degli amministratori medesimi), esamina i due principali orientamenti in materia.

Occorre premettere che – con riferimento alla s.r.l. – il terzo comma dell’art. 2476 c.c. consente di esercitare l’azione sociale di responsabilità sia alla società (titolare del diritto al risarcimento del danno) sia al socio, in veste di sostituto processuale (si tratta di ipotesi derogatoria rispetto alla generale regola sancita dall’art. 81 c.p.c.). Quest’ultimo non è infatti titolare del diritto al risarcimento del danno, ma fa valere in nome proprio il diritto spettante alla società.

L’ordinanza in commento sottolinea come la sussistenza della qualità di socio della società che risulti danneggiata dalle condotte di mala gestio degli amministratori sia presupposto indispensabile per l’esercizio dell’azione sociale di responsabilità ex art. 2476 c.c..

A queste si riflessioni si salda appunto il tema della disciplina e degli effetti del recesso nella s.r.l..

Il recesso nelle società a responsabilità limitata è disciplinato dall’art. 2437 c.c.: la norma non detta le modalità di esercizio dello stesso ed, in generale, si ritiene che (salvo quanto previsto dall’atto costitutivo) la suddetta lacuna possa essere colmata attraverso l’applicazione analogica della disciplina prevista per le società per azioni di cui all’art. 2437 bis c.c..

Tuttavia, il legislatore non prende espressamente posizione in ordine alla questione, dibattuta in dottrina ed in giurisprudenza, relativa alla operatività ed efficacia del recesso ed alla conseguente perdita dello status di socio da parte del recedente.

Secondo un primo orientamento, la dichiarazione di recesso aprirebbe un procedimento che comprende in primis la verifica della legittimazione a recedere, l’eventuale revoca dei presupposti da parte della società ed infine la liquidazione del valore della quota. La comunicazione sarebbe, dunque, preliminare e precederebbe l’estinzione della partecipazione, che avverrebbe solo al momento dell’effettiva liquidazione.

Per contro, secondo altro orientamento, dalla dichiarazione di recesso deriva l’immediata cessazione dello stato di socio, da cui consegue l’illegittimità dell’intervento e della votazione del socio in assemblea. Quindi, nel momento in cui la società ha ricevuto la dichiarazione di recesso del socio, muta la posizione del socio receduto, il quale diventa mero titolare del diritto alla liquidazione delle azioni per le quali ha esercitato il recesso, perdendo definitivamente la qualità di socio.

Il Collegio nell’ordinanza in esame, ha ritenuto di aderire a questo secondo orientamento, in conformità con altre pronunce dello stesso Tribunale (Trib. Roma, 11 giugno 2012, in Rivista di diritto societario, 2012 pag. 687; Trib. Roma, 11 maggio 2005, in Vita not., 2006, 323) ritenendo, dunque, che la dichiarazione di recesso sia immediatamente produttiva di effetti (non appena ricevuta della società) e comporti l’immediato scioglimento del rapporto sociale, con riferimento alla posizione del socio receduto.

Del resto, anche la Suprema Corte (Cass. Civ. Sez. 1, Sentenza n. 5836 del 08/03/2013) si era espressa in tal senso (seppur con riferimento alle società di persone) laddove affermava che “il recesso da una società di persone è un atto unilaterale recettizio, e, pertanto, la liquidazione delta quota non è una condizione sospensiva del medesimo, ma un effetto stabilito dalla legge, con la conseguenza che il socio, una volta comunicato il recesso alla società, perde lo “status socii” nonché il diritto agli utili, anche se non ha ancora ottenuto la liquidazione della quota”.

La tesi secondo cui seguendo quest’ultimo orientamento il socio receduto rimarrebbe privo di tutela, in quanto titolare di una partecipazione ormai svuotata di tutti i diritti derivanti dal rapporto sociale, è di poco pregio.

Infatti, la dichiarazione di recesso comporta esclusivamente la perdita della qualità di socio e l’assunzione della veste di terzo creditore della società (credito avente ad oggetto, appunto, la liquidazione della quota): ne consegue che il socio receduto potrà tutelare il proprio diritto di credito mediante gli strumenti di tutela che l’ordinamento riconosce ai creditori della società.

Nel caso trattato nell’ordinanza in esame, il socio pretendeva, invece, di tutelare la propria posizione avvalendosi di uno strumento di tutela (quale l’azione sociale di responsabilità), che spetta di regola alla società (in quanto soggetto danneggiato) e solo in eccezionalmente al socio.

Il Collegio ha correttamente argomentato che tale speciale legittimazione del socio a far valere quale sostituto processuale un diritto risarcitorio spettante alla società non appare suscettibile di interpretazione analogica e, pertanto, non può essere riconosciuta anche ad un soggetto che ha ormai perduto tale qualifica, essendo receduto della società.

Edoardo Fracasso – e.fracasso@lascalaw.com

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