Diritto Processuale Civile

L’ordine di rinnovo della notificazione o l’integrazione del contraddittorio deve essere comunicato alle parti assenti

Cass., 25 novembre 2013, n. 26278 (leggi la sentenza per esteso)

Con Sentenza n. 26278 del 25 novembre 2013 la Suprema Corte, ha affermato che “l’ordinanza con la quale la Corte di Cassazione disponga, in udienza pubblica o in sede di adunanza camerale, la rinnovazione della notificazione del ricorso o l’integrazione del contraddittorio, quando sia emessa in assenza delle parti costituite, rappresentate dai rispettivi difensori, deve essere comunicata a cura della cancelleria”.

La questione rimessa alla Corte attiene alla particolare circostanza “se debba essere o no dato avviso” delle ordinanze adottate in un udienza svoltasi in seno ad un giudizio di Cassazione, in specie quelle che dispongano per l’integrazione del contraddittorio, per il caso in cui siano assenti i difensori delle parti ritualmente avvisati a mezzo di notifica.

In punto ritiene la Corte che il principio generale di cui all’art. 176 c.p.c. comma secondo, per il quale “le ordinanze pronunciate in udienza si ritengono conosciute dalle parti presenti e da quelle che dovevano comparirvi”, non può ritenersi sussistente per il giudizio di cassazione.

Ed invero, si argomenta che l’art 176 c.p.c., comma secondo, configura per la parte un onere di partecipazione, nel senso che “la mancata comparizione dei difensori delle parti determina l’applicabilità della disciplina prevista dagli artt. 171,181,309 c.p.c., e dunque l’adozione dei provvedimenti ivi indicati (cfr. Cass. 837/1999).

Da un tale onere deriva dunque non l’applicabilità di una sanzione, ma la perdita di una facoltà, ciò che, conclude la Corte, non può sussistere in un giudizio di cassazione, dominato dall’impulso d’ufficio.

Ne consegue che nel giudizio di Cassazione la partecipazione dei difensori delle parti all’udienza non pùò essere considerato un onere, ma più gradatamente l’esercizio di una facoltà cui non può seguire un effetto negativo per la parte che non se ne avvalga.

Del resto, “è principio condiviso del Collegio” quello di preferire l’interpretazione della norma processuale maggiormente aderente al dettato costituzionale che in tema di giusto processo (art. 111 c.p.c.) impone di “discostarsi da principi suscettibili di ledere il diritto di difesa ovvero ispirate ad un formalismo funzionale non già alla tutela dell’interesse della controparte, ma a frustrare lo scopo del processo, che è quello di consentire che si pervenga ad una decisione di merito” (cfr. Cass. 3362/2009).

16 gennaio 2014

(Andrea Visaggio – a.visaggio@lascalaw.com)

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