Costruzione di nuovi edifici: la relazione energetica non vincola l’appaltatore

Fuori da casa mia! Ma prima facciamoci due conti sul mutuo

E’ la recente ordinanza n. 20062/21, pronunciata dalla Cassazione, a stabilire che quando la coppia “scoppia” dopo l’accensione del mutuo per l’acquisto della casa con conseguente attribuzione dell’appartamento ad uno dei due, nel calcolo del conguaglio che il soggetto dovrà versare all’ex partner bisognerà necessariamente tenere conto anche del maggiore apporto economico da questi fornito per l’operazione immobiliare. Non sono sufficienti il legale sentimentale e la convivenza per catalogare i maggiori versamenti effettuati dal soggetto, a fronte del minor importo sborsato dalla ex dolce metà, come un galante gesto di generosità.

Origine dello scontro è l’immobile acquistato dalla coppia con accensione di un mutuo a carico di entrambi prima della rottura del rapporto sfociato inevitabilmente in un combattuto giudizio di divisione che il Tribunale risolve attribuendo all’uomo la proprietà della casa dietro pagamento alla donna di un conguaglio da calcolarsi sull’ammontare del mutuo; conguaglio che, in secondo grado, viene modificato al rialzo dai Giudici i quali, adottando un differente criterio di conteggio del mutuo residuo, non ritengono di dover tenere in considerazione il maggior importo versato dall’uomo all’atto dell’acquisto considerato a tutti gli effetti un mero atto di liberalità che trova giustificazione nella stessa situazione di convivenza more uxorio.

Anche in Cassazione la tesi sostenuta dall’uomo, che ritiene il maggior importo inizialmente versato come bastevole a superare la presunzione di parità delle quote nell’acquisto della casa, viene respinta dai magistrati i quali affermano che “la presunzione di parità delle quote dei partecipanti alla comunione opera solo in difetto di indicazione del titolo”, mentre nel caso di specie “si assume che l’acquisto dell’immobile, oggetto di divisione, è avvenuto per quote indivise e paritarie e in forza di tale espressa previsione del titolo, la comunione è a parti uguali, qualunque sia stata la misura del rispettivo esborso”. Di conseguenza chi ha pagato di più resta semplicemente titolare di un diritto di credito verso gli altri comproprietari.

Ma la Suprema Corte non rimane del tutto impermeabile alle considerazioni dell’uomo ritenendo che il maggior apporto all’acquisto non può essere automaticamente considerato come adempimento di un’obbligazione naturale in quanto l’animus donandi deve essere provato. Aggiungono i magistrati di legittimità che la prova può essere data per presunzioni, ma previo rigoroso esame di tutte le circostanze del singolo caso, mentre in questa vicenda i giudici d’appello si sono limitati a considerare “la convivenza, per sé stessa, quale elemento idoneo a giustificare il maggior apporto dell’uomo per spirito di liberalità” finendo per ritenere superflua a priori una verifica sugli importi effettivamente versati dall’uomo al momento dell’acquisto e al pagamento delle prime rate di mutuo.

I Giudici d’appello, pertanto, dovranno analizzare nuovamente le richieste avanzate dall’uomo sulla base delle indicazioni fornite dalla Cassazione non ultima quella che stabilisce che “l’obbligazione solidale, se non risulta diversamente, si divide fra condebitori in parti uguali” e, conseguentemente, “il coobbligato che abbia pagato l’intero è titolare, salvo prova contraria a carico dell’altro condebitore, del diritto di ripetere da quest’ultimo la metà di quanto pagato al comune creditore”.

Chiosando cinicamente: generoso finché ci amiamo forse, ma fesso quando non ci amiamo più certamente no!

Cass. civ., sez. II, 14 luglio 2021, n. 20062

Simona Longoni – s.longoni@lascalaw.com

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