Accertamento dell’insolvenza: fatti diversi…sentenza diversa!

Frode Iva e prescrizione: la Cassazione invoca la sentenza Taricco

Il caso di cui ci si occupa trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello, in parziale riforma della pronuncia del Tribunale, ha condannato l’amministratore di una società per aver svolto una dichiarazione IVA fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti.

L’imputato, sostenendo che la transazione commerciale denunciata fosse veritiera e non invece finalizzata alla frode mediante false fatturazioni, ha proposto ricorso innanzi alla Corte di Cassazione.

In particolare, secondo la censura che ha investito l’impugnata sentenza, i giudici territoriali avrebbero omesso di motivare in merito al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, con conseguente violazione dell’obbligo di graduare la pena al fatto.

In prima battuta, i Giudici di legittimità hanno ritenuto le censure del ricorrente di natura puramente contestativa, sia in relazione alla ricostruzione dei fatti sia  rispetto alla valutazione del compendio probatorio operato dalla Corte d’Appello.

Tale operazione è infatti vietata in sede di ricorso per Cassazione, risolvendosi nel dissenso rispetto all’approdo motivazionale dei giudici di merito.

La Suprema Corte, tuttavia, ha accolto il residuo motivo di ricorso, afferente il trattamento sanzionatorio stabilito in secondo grado,  precisando che la Corte d’appello aveva negato le invocate attenuanti limitandosi a ritenere il relativo motivo di appello privo di pregio giuridico.

L’accoglimento di tale motivo avrebbe dovuto determinare l’annullamento dell’impugnata sentenza con rinvio alla Corte d’Appello.

La Cassazione, inoltre, ha ritenuto di dover disapplicare la specifica norma di cui all’ultima parte del comma 3 dell’art. 160 e al comma 2 dell’art. 161 c.p. in forza della sentenza della Corte di Giustizia UE dell’8 settembre 2015 (caso Taricco).

Con la predetta sentenza, infatti, la Grande Camera della Corte di Lussemburgo ha denunciato l’insostenibilità delle norme in questione nella misura in cui tale meccanismo può determinare in pratica la sistematica impunità delle gravi frodi in materia di IVA, lasciando così senza tutela adeguata gli interessi finanziari non solo dell’Erario italiano, ma anche quelli dell’Unione.

In conclusione, la Suprema Corte ha applicato le prescrizioni formulate nella sentenza Taricco e ha dunque escluso l’estinzione dei reati per cui, pur essendo decorso il termine massimo calcolato in base al combinato disposto degli artt. 160 e 161 c.p., non fosse stata ancora dichiarata la prescrizione; la stessa ha, infatti, ritenuto che essendo intervenuti atti interruttivi, dall’ultimo di essi dovesse farsi decorrere nuovamente e per intero il termine ordinario di prescrizione.

Tutto ciò senza che intervenisse una palese violazione delle norme di diritto processuale interno ma intendendo estendere alle ipotesi di gravi violazioni tributarie la regola già prevista per i reati di cui all’art. 51 c.p.p. commi 3 bis e 3 quater.

Alla luce delle succitate considerazioni, la Corte ha annullato la sentenza impugnata, limitatamente all’applicabilità delle attenuanti generiche, con rinvio alla Corte d’Appello per procedere alla riforma della pronuncia.

Cass. Penale, III Sez., 20 gennaio 2016, n. 2210

1 luglio 2016

 Fabrizio Manganiellof.manganiello@lascalaw.com e Davide Manzod.manzo@lascalaw.com

 

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