Regolamento di giurisdizione e Pubblica Amministrazione

Forma dell’appello: sufficiente l’individuazione delle questioni contestate

La Cassazione è recentemente tornata ad occuparsi della forma dell’appello ed infatti, con una recente Ordinanza, ha ribadito quanto già precedentemente affermato in merito all’art. 342 c.p.c., interpretando in maniera ampia il detto articolo.

A parere della Suprema Corte, infatti, affinché l’impugnazione sia ammissibile non occorre l’utilizzo di particolari forme sacramentali o la redazione di un progetto alternativo di decisione da contrapporre a quella di primo grado, in quanto il giudizio di appello è un’impugnazione a critica libera e mantiene la sua diversità rispetto alle impugnazioni a critica vincolata (es. ricorso per Cassazione).

Secondo tale interpretazione, è necessario, ma sufficiente, che l’impugnazione contenga, a pena di inammissibilità, una individuazione chiara delle questioni contestate della sentenza impugnata e delle relative doglianze, argomentando affinché si possa contrastare le ragioni addotte dal primo Giudice.

Nel caso in esame, l’attrice aveva convenuto in giudizio la figlia al fine di vedere restituite le somme asseritamente distratte dal conto corrente della madre in virtù di mandato che, però, la mandante riteneva essere limitato ad alcune operazioni fra le quali non rientrava il prelievo oggetto di contestazione.

Dichiarata la soccombenza di parte attrice da parte del Giudice di prime cure, la mandante aveva impugnato la sentenza e la Corte d’Appello adita, aveva dichiarato inammissibile il gravame, ai sensi dell’art. 342 c.p.c., sostenendo che l’appellante si fosse limitata nell’atto di appello a richiamare il contenuto astratto del contratto di mandato senza specifico riferimento al caso concreto.

Inoltre, il Giudice di secondo grado aveva ritenuto che l’appellante non avesse contestato l’affermazione del Tribunale secondo cui la parte attrice non aveva formulato alcuna domanda di rendiconto nei confronti della mandataria.

La Corte di Cassazione, invece, in virtù del principio di diritto sopra espresso ha ritenuto che l’appellante avesse dedotto due censure ben chiare:
a) che il prelievo eseguito dalla propria figlia sul conto corrente non era consentito dal mandato;
b) che comunque, anche se fosse stato consentito il prelievo, ciò non toglieva che la somma prelevata dovesse essere restituita alla legittima proprietaria.
Conseguentemente, le predette censure si sarebbero dovute esaminare nel merito e non già dichiarare inammissibili dal momento che non poteva esservi dubbio alcuno sul bene della vita richiesto dalla parte appellante.

Per questi motivi, la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte d’Appello competente in diversa composizione.

Cass., Ord., 1 luglio 2020, n. 13268

Valeria Misticoni – v.misticoni@lascalaw.com

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