Polizza Linked, tra normativa applicabile ed onere dell’attore in giudizio

Quando il fine dell’operazione rende impossibile un risarcimento

La Suprema Corte affronta il complesso tema di una azione proposta da un noto personaggio sportivo, il quale ricorre per la cassazione della sentenza della Corte d’Appello di Milano (confermativa del rigetto della pronuncia di prime cure), riguardante un illecito in proprio danno compiuti da terzi, con riferimento ad “investimenti” sui generis.

I ricorrenti hanno agito nei confronti di un promotore finanziario ed una Società di Gestione del Risparmio denunciando la sparizione di una importante cifra consegnata al promotore affinché “fosse investita nella partecipazione ad aste giudiziarie”, risultata essere poi una truffa. Responsabilità diretta del primo per l’illecito e riflessa dalla Società ai sensi degli artt. 2049 cod. civ. e 31 TUF.

Nei gradi di merito i Giudici hanno escluso la sussistenza di un comportamento illecito del promotore finanziario, dando conto della assenza di qualsiasi attività di “promozione o consulenza” prestata in favore dei clienti; in sentenza si legge che lo stesso promotore “non aveva neanche assunto in proprio alcuna obbligazione di restituzione di dette somme, essendo invece stato un semplice consorte degli attori stessi nell’effettuazione dell’operazione, e anzi anch’egli vittima della truffa”.

La Suprema Corte, nel vagliare uno dei (tanti) motivi di ricorso, affronta l’istituto della “prestazione contraria al buon costume”, prevista dall’art. 2035 cod. civ., e definisce la censura “sostanzialmente priva di concreto rilievo ai fini della decisione”, in quanto “non vi è dubbio d’altronde che il versamento di somme di danaro, da impiegare per l’acquisto di immobili in aste giudiziarie a prezzi inferiori a quelli giusti di mercato, grazie alla prospettata compiacenza di giudici e/o di altre autorità o esponenti politici costituisca una finalità contrastante sia con norme imperative che con il buon costume”.

Analizzando l’istituto, per mera completezza espositiva, la Corte di legittimità osserva che “la decisione impugnata, in relazione all’applicabilità dell’art. 2035 c.c. ad un caso quale quello di specie, risulta conforme, in diritto, ai principi affermati in proposito da questa Corte, secondo i quali «ai fini dell’applicabilità della “soluti retentio” prevista dall’art. 2035 c.c., la nozione di buon costume non si identifica soltanto con le prestazioni contrarie alle regole della morale sessuale o della decenza, ma comprende anche quelle contrastanti con i principi e le esigenze etiche costituenti la morale sociale in un determinato ambiente e in un certo momento storico; pertanto, chi abbia versato una somma di denaro per una finalità truffaldina o corruttiva non è ammesso a ripetere la prestazione, perché tali finalità, certamente contrarie a norme imperative, sono da ritenere anche contrarie al buon costume» (Cass., Sez. 3, Sentenza n. 9441 del 21/04/2010, Rv. 612552 – 01; conf.: Sez. L, Sentenza n. 2014 del 26/01/2018, Rv. 647263 – 01; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 8169 del 03/04/2018, Rv. 648539 – 01)”.

Dunque, la conoscenza e consapevolezza della finalità dell’operazione, contraria a norme imperative e buon costume, comporta la non ripetibilità del pagamento effettuato.

Cass., sez. I, 6 dicembre 2019, n. 31883

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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