Indeterminatezza del tasso, il contratto è comunque salvo

Fideiussioni e schema Abi: la tutela è solo risarcitoria

Il Tribunale di Busto Arsizio, in continuità con un indirizzo giurisprudenziale di merito, ha ritenuto valido un contratto di fideiussione omnibus predisposto in conformità allo schema ABI.

Attraverso una fine analisi giuridica fondata sui principi generali in materia contrattuale, il Tribunale bustese ha in astratto ravvisato, in ossequio alla generale distinzione tra regole di comportamento e regole di validità, solo la tutela risarcitoria per il contraente asseritamente danneggiato dalla presunta condotta anticoncorrenziale.

Più nello specifico, l’organo giudicante ha analizzato e superato le due tesi in campo: quella della nullità derivata e quella della nullità per illiceità della causa e contrarietà a norma imperativa.

La prima è fallace, in quanto, per aversi nullità – derivata, si dovrebbe sottendere un collegamento, ovvero, un vero e proprio nesso di interdipendenza tra intesa restrittiva “a monte” e contratto di garanzia “a valle”.

Dipendenza che, invero, non sembra potersi riscontrare nella “contrattazione individuale” in cui le intese mostrano di non essere collegate né per legge, né, tantomeno, per volontà delle parti né, tantomeno, rappresentano un presupposto di esistenza, validità o efficacia.

“La tesi della nullità derivata (che parrebbe accolta da Cass. Civ. 12.12.2017 n. 29810, seppur in un evidente obiter dictum […]) fa leva su argomenti che, a ben vedere, paiono fondarsi su presupposti e ragionamenti di natura più macroeconomica che strettamente giuridica […] l’affermazione per cui l’invalidità di un rapporto giuridico possa propagarsi, con effetti invalidanti, ad un altro rapporto presuppone il previo riscontro, tra i due, di un vincolo di dipendenza funzionale o, quantomeno, di un collegamento negoziale oggettivamente apprezzabile. Detto altrimenti, perché il meccanismo dell’invalidità derivata possa trasmettersi dall’infrazione anticoncorrenziale ai sottostanti contratti a valle è in ogni caso necessario accertare preliminarmente l’esistenza di un nesso di indissolubile dipendenza con l’intesa a monte, legame questo che non sembra invece riscontrarsi con riguardo alla normale dinamica della contrattazione individuale in cui, al contrario, le intese mostrano di non costituire un tutt’uno con i contratti a valle, di non essere a questi collegati né per legge né per volontà delle parti e di non rappresentarne in alcun modo un presupposto di esistenza, validità od efficacia”.

Non è, del pari, rinvenibile neppure una nullità ab origine per illiceità della causa e contrarietà a norma imperativa.

E ciò, in quanto, il soggetto garante sottoscrive il contratto de quo, unicamente per perseguire un proprio interesse che si sostanzia nel fine “tipico” dell’operazione e che, quindi, prescinde dalla presenza o meno delle clausole potenzialmente lesive.

Infatti, anche volendo astrattamente ipotizzare che l’Istituto bancario persegua un fine anticoncorrenziale, ciò non basterebbe ad inficiare l’atto negoziale in quanto il motivo illecito di una sola parte non rileva ex art. 1345 cod. civ.

È, altresì, impossibile ipotizzare una nullità ex art. 1418, primo comma, cod. civ.

“L’art. 2 della della legge 287/1990 considera intese, ai fini della disciplina dettata dalla norma, non solo gli accordi, ma anche “le pratiche concordate”, che non solo “abbiano per oggetto”, ma anche che abbiano “per effetto” di impedire o falsare in modo consistente il gioco della concorrenza, così dimostrando di porre sullo stesso piano e di equiparare i patti anticoncorrenziali tra le imprese che si determinino a formare un “cartello” (e quindi i negozi giuridici con i quali due o più imprese si accordano per coordinarsi in modo da creare una situazione concorrenziale a loro favorevole) e i profili comportamentali dalle medesime tenute nella contrattazione con terzi. La norma citata vieta quindi le intese, (affermandone, con un pleonastico ossimoro, la nullità “ad ogni effetto”) ma nulla dispone circa le sorti dei rapporti commerciali con altri contraenti”.

Tale rilievo è di per sé sufficiente, per il Giudice bustese, ad escludere in nuce la nullità del c.d. contratto “a valle” per contrarietà a norma imperativa e ciò, in quanto, “perché possa affermarsi la nullità negoziale per violazione di norme poste a presidio di interessi generali, è necessario che dette norme disciplinino direttamente elementi intrinseci alla fattispecie negoziale, conformandone la struttura o il contenuto, ovvero impongano determinate condizioni di liceità della stipulazione.. Al di fuori di queste ipotesi, l’inosservanza di norme, pur imperative, che impongano o precludano alle parti taluni comportamenti (e che non siano corredate da specifiche ipotesi di nullità testuali, sovente a matrice protettiva), non può determinare la nullità dell’atto negoziale eventualmente posto in essere in loro violazione.

Il ragionamento muove le premesse dal principio della non – interferenza tra regole di comportamento e regole di validità degli atti, alla stregua del quale, la violazione delle prime giustifica soltanto l’adozione di un rimedio di tipo risarcitorio e non caducatorio.

La proibizione dettata dalla legge antitrust, infatti, non condanna in maniera diretta il contenuto degli atti negoziali, ma esclusivamente un comportamento che si pone “a monte” di questi.

Per tutti questi motivi il Tribunale ha rigettato l’opposizione confermando il decreto ingiuntivo opposto e condannando parte opponente ai sensi dell’art. 96, comma III, c.p.c., ad una pena pecuniaria.

Tribunale Busto Arsizio, 26 maggio 2020, n. 513

Nuria Federica Nicolò – n.nicolo@lascalaw.com

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