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Fideiussione: non è configurabile una nullità derivata

“Deve essere rigettata l’eccezione riconvenzionale di nullità del contratto di fideiussione in quanto “contratto a valle” di un’intesa vietata ex art. 2, comma 2, della legge 10/10/1990 n. 287 formulata dall’opponente.”

Questo, è quanto ha statuito il Tribunale di Sondrio con la sentenza n. 498 pubblicata in data 10/12/2019, nell’ambito di una causa patrocinata dallo Studio.

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, parte opponente ha eccepito che le fideiussioni rilasciate sono affette da nullità radicale e/o parziale, limitatamente alle clausole n. 2, 6 e 8, in quanto in contrasto con l’art. 2, comma 2° della Legge n. 287/1990 (legge antitrust), che dispone la nullità ad ogni effetto delle intese fra imprese che abbiano ad oggetto di impedire e/o restringere la concorrenza all’interno del mercato nazionale.

Per questa ragione ha domandato la revoca del decreto ingiuntivo opposto.

“Invero, quanto alle sorti di un contratto “a valle” dell’intesa anticoncorrenziale non si sottace indirizzo giurisprudenziale che individua quale rimedio la nullità “derivata”.

Il Tribunale di Sondrio condivide, invece, il distinto indirizzo giurisprudenziale secondo il quale “non è configurabile una nullità “derivata”, fattispecie non prevista dall’ordinamento, di talchè l’unica tutela concessa al soggetto rimasto estraneo alla intesa anti-concorrenziale che abbia allegato e dimostrato un pregiudizio, ad essa conseguente, è quella risarcitoria (Cass S.U. n. 2207/2005).”

Sul punto, è stato chiarito dalla giurisprudenza di merito come: “Non può configurarsi nullità delle fideiussioni stipulate in conformità allo schema di contratto predisposto dall’ABI nel 2003, sul presupposto che le stesse contengano clausole dichiarate contrastanti con il divieto di intese anticoncorrenziali di cui all’art. 2, comma 2, lett. a della L. 287/1990. Il divieto rinvenentesi dalla normativa antitrust non incide in maniera diretta sul contenuto degli atti negoziali, ma su un comportamento che si pone a monte di questi e non si rinviene alcun vincolo di dipendenza funzionale o, quantomeno, un collegamento negoziale oggettivamente apprezzabile tra l’intesa anticoncorrenziale ed il singolo negozio. Peraltro nei contratti di fideiussione non vi è alcun oggettivo richiamo alla deliberazione dell’associazione di imprese bancarie di approvazione del modello standardizzato di fideiussione omnibus, né, men che meno, risulta che tale deliberazione abbia vincolato l’istituto di credito stipulante al rispetto dello schema ABI nella contrattazione con terzi. Si tratta invero, non di un vero e proprio accordo giuridicamente vincolante, bensì di una prassi il cui recepimento in uno schema contrattuale rientra nell’ambito della libertà negoziale delle parti. I contratti fra la singola impresa ed il cliente derivano dall’autonomia privata dei contraenti, ovvero da una autonoma manifestazione di consenso da cui può discendere indubbiamente anche l’eventuale recepimento all’interno del regolamento contrattuale delle singole clausole riproduttive dell’illecita determinazione, ma la circostanza che l’impresa collusa uniformi al programma anticoncorrenziale le manifestazioni della propria autonomia privata, non appare sufficiente a privare il successivo contratto a valle di una autonoma ragione pratica …”. (Tribunale di Treviso, 26.7.2018, n. 1623).

Tale soluzione risulta vieppiù corroborata dalla recente sentenza della Corte di Cassazione n. 13846/2019 laddove, pur pronunciandosi esclusivamente in punto di onere della prova, presuppone quale unica forma di tutela derivante dell’illecito anticoncorrenziale quella risarcitoria.

Prosegue il Giudice ritenendo che la proibizione dettata dalla legge antitrust non condanna in maniera diretta il contenuto degli atti negoziali, ma un comportamento che si pone a monte di questi, di talché, in applicazione del principio di non interferenza tra regole di comportamento e regole di validità degli atti, alla stregua della quale la violazione di regole comportamentali o di correttezza giustifica soltanto l’adozione di rimedi risarcitori (cfr. Cass. Civ. SS.UU. 19.9.2007, n. 26724), l’unica forma di tutela esperibile a fronte di intese anticoncorrenziali o di altre violazioni rilevanti ex art. 2 L. 287/1990 è quella risarcitoria.

Tale orientamento risulta altresì confortato dal d. lgs. 3/2017 che, secondo quanto precisa l’art. 1, comma 1: ”disciplina le azioni collettive di cui all’articolo 140-bis del codice del consumo di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, il diritto al risarcimento in favore di chiunque ha subito un danno a causa di una violazione del diritto della concorrenza da parte di un’impresa o di un’associazione di imprese”.

Di talché, si ritiene non esserci alcuna possibilità per i singoli utenti di avvalersi di un collegamento tra le asserite intese anticoncorrenziali tra gli imprenditori bancari e, dall’altro lato, l’invalidità dei contratti che a quelle intese facciano riferimento.

La sanzione della nullità prevista dall’art. 33 l. 287/1990, riguarda infatti esclusivamente le intese tra le imprese restrittive della libertà di concorrenza, così come individuate dall’art. 2 della l. 287/1990 e non si applica invece ai contratti che sulla base di dette intese le imprese che ne sono parti abbiano concluso con terzi.

Infatti poiché il diritto comunitario e quello nazionale nulla dispongono in ordine agli effetti dell’illecito anticoncorrenziale sui contratti conclusi dalle imprese con i clienti, il giudice può applicare ad essi solo le sanzioni eventualmente previste dal diritto interno.

Trib. Sondrio, 10 dicembre 2019, n. 498 

Maria Grazia Sclapari – m.sclapari@lascalaw.com

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