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Chi di fideiussione garantisce…di revocatoria perisce

Appare veramente difficile sostenere che i due coniugi non avessero consapevolezza del fatto che la costituzione di fondo patrimoniale – col particolare vincolo creato sui beni e con i conseguenti ostacoli anche in sede esecutiva – avrebbe pregiudicato le ragioni del proprio creditore.

Secondo il Tribunale milanese appaiono, pertanto, sussistere tutti i presupposti per la declaratoria di inefficacia nei confronti dell’attrice dell’atto impugnato ai sensi dell’art. 2901 c.c.

Il Tribunale di Milano giunge, dunque, a revocare e a dichiarare inefficacie nei confronti di un Istituto di Credito, patrocinato dallo Studio, l’atto di costituzione di fondo patrimoniale, destinato a far fronte ai bisogni della famiglia, posto in essere da due coniugi – garanti della società debitrice principale – avendone ravvisato i presupposti di legge.

Il giudice, dopo aver ricordato che la c.d. actio pauliana è un rimedio funzionale alla ricostituzione della garanzia generica assicurata al creditore dal patrimonio del debitore, ha ribadito con chiarezza i presupposti di tale azione, prendendo le mosse da quanto statuito dall’art. 2901 c.c.

Primo fra tutti è l’esistenza del diritto di credito del revocante. Sul punto si osserva che è sufficiente la sola esistenza di un debito, ancorchè non accertato giudizialmente e non anche la concreta esigibilità di esso (potendo essere esperita, nel concorso con gli altri requisiti di legge, anche per crediti condizionali, non scaduti o soltanto eventuali) (cfr. Cass. civ., Sez. IV, 10/03/2006, n.5246; Cass. civ., Sez. I, 02/04/2004, n.6511; Cassazione civile sez. IV, 22 gennaio 1999, n. 591).

Nel caso in esame, in presenza di un decreto ingiuntivo esecutivo ottenuto dalla banca, la sussistenza del diritto di credito è stata ritenuta documentalmente provata.

Secondo presupposto dell’azione è il c.d. eventus damni, ossia il pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore.

Ad integrare il pregiudizio è sufficiente che l’atto di disposizione del debitore renda più difficile e non impossibile la possibile la soddisfazione coattiva del credito, sicchè anche una modificazione qualitativa del patrimonio e la trasformazione di un bene in un altro che sia meno agevolmente aggredibile in sede esecutiva, com’è tipico del denaro, realizza il pericolo di un danno costitutivo dalla eventuale infruttuosità di una futura azione esecutiva. (cfr. Cass. 26.2.2002 n. 2792; Cass. 21.9.2001 n. 11916; Cass. 1.6.2000 n. 7262; Cass. 17.10.2001 n. 12678; Cass. 5.6.2000 n. 7452; Cass. 29.3.1999 n. 2971; Trib. Torino 5.3.2001).

“In altri termini, è richiesto soltanto il compimento di un atto che renda più incerta o difficile la soddisfazione del credito, con la conseguenza che l’onere di provare l’insussistenza di tale rischio, in ragione di ampie residualità patrimoniali, incombe, secondo i principi generali, al convenuto nell’azione di revocazione, che eccepisca la mancanza, per questo motivo, dell’eventus damni” (Cass. civ., Sez. I, 24/07/2003, n.11471).

Ciò premesso, anche l’atto di costituzione di fondo patrimoniale stipulato in pregiudizio degli interessi del creditore da entrambi i coniugi, come nel caso di specie, è revocabile, essendo soggetti all’azione revocatoria anche gli atti aventi un profondo valore etico e morale.

Ulteriore presupposto dell’istituto è la c.d. scientia damni, elemento soggettivo che palesa la consapevolezza del debitore di arrecare un pregiudizio alle ragioni creditorie, la cui prova potrà essere “fornita tramite presunzioni, il cui apprezzamento è devoluto al giudice di merito ed è incensurabile in sede di legittimità ove congruamente motivato” (Cass. civ., Sez. III, 30/12/2014, n. 27546).

In relazione a quest’ultimo elemento, il Giudice opera preliminarmente una distinzione tra atto a titolo gratuito e atto a titolo oneroso, in quanto nel primo caso tale presupposto deve sussistere soltanto in capo al debitore, mentre nel secondo caso deve sussistere sia in capo al debitore sia in capo al terzo.

Prosegue, ritenendo che l’intensità dell’elemento soggettivo è graduata a seconda se l’atto è successivo o anteriore al sorgere del credito.

“Nella prima ipotesi è sufficiente la semplice conoscenza nel debitore del pregiudizio derivante dal proprio atto alle ragioni del creditore: non è pertanto necessaria l’intenzione di nuocere al creditore ma è sufficiente la consapevolezza (consilium fraudis), che mediante l’atto di disposizione il debitore diminuisca il proprio patrimonio e quindi la garanzia spettante ai creditori ai sensi dell’art. 2740 c.c.

Per gli atti a titolo oneroso, analoga consapevolezza deve sussistere di in capo al terzo, la cui posizione, sotto il profilo soggettivo, va accomunata a quella del debitore.

Nella seconda ipotesi è necessario che il compimento dell’atto sia stato finalizzato alla precostituzione di una situazione di insolvenza in vista della successiva assunzione dell’obbligazione.”

Inoltre, prosegue il Giudice, “con riguardo alla posizione del fideiussore (i cui atti dispositivi sono senz’altro assoggettabili, al pari di quelli del debitore principale, al rimedio de quo), l’acquisto della qualità del debitore nei confronti del creditore risale al momento della nascita stessa del credito e cioè al momento in cui viene prestata la fideiussione (e non anche a quello della scadenza dell’obbligazione del debitore principale), sicché è a tale momento che occorre far riferimento al fine di stabilire se l’atto pregiudizievole (nella specie, costituzione di un fondo patrimoniale) sia anteriore o successivo al sorgere del credito, onde predicare, conseguentemente, la necessità o meno della prova del consilium fraudis (cfr. ancora Cassazione civile sez. IV, 22 gennaio 1999, n. 591 e Cassazione civile sez. II, 4 giugno 2001, n. 7484).

Nell’ipotesi di costituzione di fondo patrimoniale successiva all’assunzione del debito non assume rilevanza l’intenzione del debitore di ledere la garanzia patrimoniale del creditore, né la relativa conoscenza o partecipazione da parte del terzo, ma sarà sufficiente la mera consapevolezza di arrecare pregiudizio agli interessi del creditore.

Nel caso in esame, la conoscenza del pregiudizio da parte dei fideiussori, uno dei quali anche socio della debitrice principale poi fallita, si deduceva dal fatto che la costituzione del fondo patrimoniale si verificava in epoca successiva alla stipula dei contratti di fideiussione e prima del fallimento della società.

Infine, altro aspetto rilevante esaminato dal Tribunale di Milano, è che la giurisprudenza ormai consolidata – sia di legittimità sia di merito – ha affermato la piena revocabilità, come atto a titolo gratuito, della costituzione di fondo patrimoniale tra coniugi, essendosi osservato che la costituzione del fondo patrimoniale è un atto a titolo gratuito anche se effettuata da entrambi i coniugi, in quanto non sussiste, neanche in tale ipotesi, alcuna contropartita a favore dei costituenti, con la conseguenza che l’atto di costituzione può essere dichiarato inefficace nei confronti dei creditori, a mezzo di azione revocatoria ordinaria, in quanto rende i beni conferiti aggredibili solo a determinate condizioni, così riducendo la garanzia generale spettante ai creditori sul patrimonio dei costituenti (cfr. Ex multis Cassazione civile sez. IV, 22 gennaio 1999, n. 591; Cassazione civile sez. IV, 17 giugno 1999, n. 6017).

Sulla scorta di tali motivi, il Giudice ha dichiarato, come detto, l’inefficacia ex art. 2901 c.c., nei confronti della Banca, dell’atto di costituzione di fondo patrimoniale con condanna alle spese di lite.

Maria Grazia Sclapari – m.sclapari@lascalaw.com

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