Costruzione di nuovi edifici: la relazione energetica non vincola l’appaltatore

In qualsiasi fase e grado del giudizio la procura ad litem è sanabile ex tunc

Con un’ordinanza depositata l’11 marzo 2020, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione conferma che qualora il giudice rilevi un difetto di rappresentanza ha il dovere di concedere alle parti un termine perentorio per regolarizzare la propria posizione processuale, ex tunc.

Oggetto della riflessione da parte della Suprema Corte è stata la vicenda di un cittadino del Ghana il quale proponeva appello avverso all’ordinanza del Tribunale di Potenza che nel 2016 aveva respinto le sue istanze volte ad ottenere la richiesta di protezione internazionale ed umanitaria.

Il giudice di seconde cure le rigettava dichiarando inammissibile il gravame in quanto sprovvisto di procura alle liti in favore del difensore, sostenendo inoltre la nullità dell’attività processuale fino a quel momento compiuta.

Nella fattispecie, l’inapplicabilità del disposto dell’art. 182 co. 2 c.p.c. è dato dal ritenere che non si trattasse di nullità ovvero invalidità della procura ad litem, quanto piuttosto di inesistenza della stessa, e pertanto impraticabile la sanatoria prevista dalla norma.

La Suprema Corte accoglie il ricorso, motivando la decisione sulla base della giurisprudenza espressa dal dettame dell’art. 182, secondo comma, c.p.c. (come modificato dall’art. 46, comma 2, della Legge n. 69 del 2009), secondo cui, il giudice quando rilevi un difetto di rappresentanza, di assistenza o di autorizzazione, assegni alle parti un termine perentorio per la regolarizzazione, in applicazione anche al giudizio d’appello (Sez. L, Sentenza n. 6041 del 13/03/2018).

Non di meno le Sezioni Unite nel 2010 si erano già espresse conformemente in tal senso: il giudice è obbligato a promuovere la sanatoria, in qualsiasi fase e grado del giudizio e indipendentemente dalle cause del predetto difetto, assegnando un termine alla parte che non vi abbia già provveduto di sua iniziativa, con effetti “ex tunc”, senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze processuali” (Cass. Sez. Un. n. 9217/2010).

Dunque, il giudice, allorché rilevi un difetto di rappresentanza “deve” promuovere la sanatoria in qualsiasi fase e grado del giudizio, assegnando alla parte un termine per la regolarizzazione della costituzione, con la conseguenza che l’integrazione documentale, fatta anche in appello, non potrà ritenersi tardiva.

Infatti, qualora il giudice rilevi l’omesso deposito della procura speciale alle liti, ex art. 83, terzo comma c.p.c., enunciata ma non rinvenuta negli atti della parte, è tenuto ad invitare, in qualsiasi momento ed ivi compreso la fase d’appello, quest’ultima a produrre l’atto mancante, e solo se infruttuoso il giudice deve dichiarare invalida la costituzione della parte in giudizio (a riguardo la Corte di Cass. n. 9846/01).

Il giudice di seconde cure aveva definito la procura “inesistente”, ovvero mancante ab origine, la recente giurisprudenza di legittimità ha confermato la possibilità di estendere la previsione dell’art. 182 c.p.c. anche all’ipotesi di inesistenza del negozio rappresentativo (Corte di Cass. n. 3181/2016).

Tuttavia, nel caso di specie la procura alle liti era stata richiamata nell’atto introduttivo del giudizio e la sua mancanza era stata accertata tramite controllo sia del fascicolo d’ufficio sia del fascicolo di parte contenuto nel primo. La parte ricorrente ha sostenuto che la procura invece fosse in atti, e che fosse stata rilasciata già in primo grado anche per la fase processuale dell’appello e che il mancato rinvenimento della procura non le potesse essere addebitata ed anzi che, qualora avesse avuto un termine dal giudice di appello, avrebbe potuto depositare l’atto di costituzione con la procura, sanando in tal modo tale carenza documentale riscontrata dai giudici di appello.

Quanto sostenuto dalla parte ricorrente è conforme con la giurisprudenza fin qui espressa, pertanto, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso in quanto, già, il giudice di appello avrebbe dovuto rivolgere alla parte l’invito a depositare l’atto di appello munito di idonea procura.

Cass., Ord., 11 marzo 2020, n. 6884

Caterina Morabito – c.morabito@lascalaw.com

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