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Farmaco dannoso: quando il “bugiardino” non salva il produttore

Spetta al produttore del farmaco fornire avvertenze idonee a consentire al consumatore di effettuare una corretta valutazione dei rischi e dei benefici, nonché adottare tutte le necessarie precauzioni volte ad evitare l’insorgenza del danno, non rilevando una generica informazione circa la non sicurezza del prodotto e i possibili effetti collaterali.

È quanto di recente stabilito dalla Cassazione nella recentissima sentenza n. 12225 depositata il 10 maggio scorso.

Nel caso di specie un consumatore aveva convenuto in giudizio una società farmaceutica dopo aver accusato una serie di patologie a seguito dell’assunzione prolungata di un farmaco, danni che la consulenza tecnica d’ufficio, espletata in corso di giudizio, aveva ricondotto al medicinale.

Alla luce della decisiva rilevanza causale del farmaco nella determinazione della malattia, il Tribunale aveva accolto la domanda proposta dal consumatore, condannando la società farmaceutica al risarcimento del danno, senza dare peso alla difesa di quest’ultima che aveva evidenziato come la patologia lamentata dalla controparte fosse “perfettamente conosciuta dalla Classe Medica come possibile effetto avverso del farmaco, chiaramente segnalata nell’informativa fornita con il prodotto”.

La decisione del Tribunale competente veniva confermata sia dalla Corte d’appello sia dalla Cassazione.

Quest’ultima in particolare, ripercorrendo i propri precedenti giurisprudenziali in materia di prodotto difettoso, ha colto l’occasione per ribadire come, ai sensi dell’art. 117 del Codice del Consumo, venga “definito “difettoso” non già ogni prodotto insicuro bensì quel prodotto che non offra la sicurezza che ci si può legittimamente attendere in relazione al modo in cui il prodotto è stato messo in circolazione, alla sua presentazione, alle sue caratteristiche palesi alle istruzioni o alle avvertenze fornite, all’uso per il quale il prodotto può essere ragionevolmente destinato, ai comportamenti che in relazione ad esso si possono ragionevolmente prevedere, al tempo in cui il prodotto è stato messo in circolazione”.

Secondo la Cassazione, dunque, il concetto di difetto è intimamente legato alla nozione di sicurezza ed è riconducibile sia ad un vizio di fabbricazione, sia all’assenza di adeguate o carenti istruzioni.

Vizio che, si badi bene, nulla ha a che vedere con la nozione delineata dall’art. 1490 del codice civile, nella quale rientrano anche le imperfezioni del bene che esulano dal concetto di sicurezza  o con il concetto di “difetto di conformità” introdotto dalla disciplina sulla vendita dei beni al consumo.

Con particolare riferimento ai farmaci, secondo la Suprema Corte, la responsabilità dei produttori non può essere esclusa dall’autorizzazione al commercio o dalla generica segnalazione dei rischi e degli effetti collaterali indicati nel foglio illustrativo, dovendosi, al contrario, prestare attenzione sia alla salute dei consumatori sia alle loro percezioni ed aspettative, di modo che l’assunzione del medicinale passi attraverso una consapevole e corretta valutazione di rischi e benefici (in considerazione delle peculiari condizioni personali, della pericolosità e gravità della patologia nonché del tipo di rimedi esistenti).

Sulla scorta delle argomentazioni che precedono la Corte di Cassazione ha confermato il diritto del consumatore ad ottenere il ristoro del danno patito.

Cass., Sez. III, 10 maggio 2021, n. 12225 

Federica Vitucci – f.vitucci@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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