Leasing: traslativo o di godimento, che importa?

Il fallito non si sequestra!

Il sequestro e la successiva confisca dei beni del fallito, eseguiti dopo la sentenza di fallimento, non producono alcun effetto; pertanto, nulla osta alla dichiarazione di esecutività del progetto di riparto predisposto dal Curatore in favore dei creditori.

Nel caso di specie, sotteso alla pronuncia in commento, veniva eseguito un sequestro preventivo, ex art. 321, comma 2, c.p.p. e art. 12 bis D.Lgs. n. 74/2000, sui beni di proprietà di una società di capitali, in epoca successiva alla dichiarazione di fallimento della stessa.

Il Tribunale, chiamato a pronunciarsi, non ha ritenuto il provvedimento di sequestro –intervenuto successivamente alla declaratoria di fallimento – opponibile alla procedura, condividendo pienamente le considerazioni espresse dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 45574 del 10 ottobre 2018. Si rileva infatti, in detta pronuncia, che l’art. 42 L.F. individua nella declaratoria di fallimento il momento in cui la Curatela acquisisce la disponibilità dei beni del fallito, che prima di questo istante devono ritenersi nella disponibilità dell’indagato e, conseguentemente, assoggettabili alla cautela reale. Con la sentenza di fallimento, l’indagato perde la disponibilità dei beni a favore della Curatela e, quindi, il sequestro e la successiva confisca non sono più possibili. In particolare, osserva la Suprema Corte che “la disponibilità nel settore delle cautele reali penali esige l’effettività, ovvero un reale potere di fatto sul bene che ne è l’oggetto” (Cassazione n. 42469 del 12/07/2016).

Invero, il vincolo apposto sui beni del fallito a seguito dell’apertura di una procedura concorsuale, se da un lato mira a spossessare il fallito dei beni che costituiscono la garanzia patrimoniale del ceto creditorio, dall’altro conferisce al Curatore il potere di gestione di tale patrimonio al fine di evitarne il depauperamento ovvero la dispersione e garantire al contempo la par condicio dei creditori.

Nella specie, la peculiare natura dell’attivo fallimentare – che non contemplava alcuna azienda ma unicamente crediti recuperati dal Curatore nel corso del procedimento – osta all’applicabilità dell’art. 12 bis D.L. 74/2000, che individua quale limite all’operatività della confisca l’indisponibilità dei beni in capo al reo e, dunque, alla persona giuridica rappresentata dall’autore del reato.

Il Tribunale, stante quanto sopra, ha pertanto confermato l’esecutività del progetto di riparto già precedentemente depositato dal Curatore.

Tribunale di Bergamo, sentenza del 3 Febbraio 2019

Silvia Alessandra Pagani – s.pagani@lascalaw.com

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