Crisi e procedure concorsuali

Fallisce in Italia la società che ha trasferito all’estero la propria sede sociale

Recentemente il nostro studio ha dovuto valutare la possibilità di depositare un ricorso per la dichiarazione di fallimento di una società che da due anni è stata cancellata dal registro delle imprese italiano per trasferimento della propria sede legale all’estero.

Come noto, in tali casi la competenza e la giurisdizione per la declaratoria di fallimento sarebbero, ai sensi della normativa fallimentare, del giudice del luogo ove la società ha trasferito il proprio “centro di interessi”.

Dalla disamina della vicenda sono tuttavia emersi degli elementi che hanno indotto il nostro studio a ritenere che il trasferimento della sede legale attuato dalla società in questione sia stato frutto di un’operazione fittizia, studiata al fine di evitare eventuali azioni da parte dei creditori. Tant’è vero che la società, immediatamente prima dell’adozione della delibera di trasferimento, ha avviato una serie di azioni giudiziarie del tutto ingiustificate evidentemente per contrastare o, comunque, ostacolare ogni iniziativa dei propri creditori.

Per tale ragione abbiamo ipotizzato la possibilità di depositare il ricorso per la dichiarazione di fallimento della predetta società in Italia, in ciò confortati anche dalla recentissima sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (n. 20144 del 03.10.2011), la quale, in un caso analogo, ha stabilito che “il trasferimento della sede legale della società al di fuori del territorio italiano, a cui non faccia seguito – presso il medesimo domicilio – l’effettivo esercizio dell’attività economica, ovvero lo spostamento del centro di interessi, comporta l’assoggettamento dell’impresa insolvente alla disciplina concorsuale nazionale”.

Nel caso sottoposto al vaglio della Suprema Corte, la società aveva deliberato ed effettivamente eseguito il trasferimento della propria sede legale nel Delaware (U.S.A.) e collocato il “centro di interessi” a Southampton (Gran Bretagna) poco prima che venissero presentate da parte dei creditori della stessa delle istanze di fallimento.

La Corte di Cassazione, dopo aver precisato che un trasferimento della sede legale e pure del “centro interessi” di una società, anche se avvenuto prima del deposito di un’istanza di fallimento, non preclude di per sé la competenza del giudice italiano, è entrata nel merito dell’operazione posta in essere dalla società, valutandone la natura.

Da tale indagine sono emersi una serie di elementi, ovvero:
– l’ingiustificata scissione del trasferimento tra sede legale negli Stati Uniti e “centro gestorio” in Gran Bretagna;
– il mancato esercizio di attività imprenditoriale nella nuova sede;
– la realizzazione del trasferimento in una data tanto vicina alla presentazione delle istanze di fallimento e, dunque, quando la situazione di insolvenza era già ampiamente in atto;

che hanno indotto i Giudici a ritenere l’intera operazione un espediente architettato dalla società in vista della probabile apertura della procedura di insolvenza piuttosto che una scelta reale decisa sulla base di effettive ragioni imprenditoriali.

Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la giurisdizione della magistratura italiana a dichiarare il fallimento della predetta società, poiché in Italia era stata inizialmente collocata la sede legale della medesima.

Con tale pronuncia la Corte di Cassazione ha dunque avuto modo di confermare:
1) sia l'orientamento secondo cui il trasferimento della sede legale di una società in uno Stato estero, benché anteriore al deposito dell'istanza di fallimento, non esclude la giurisdizione italiana, essendo essa inderogabile (salve le convenzioni internazionali o le norme comunitarie) secondo il disposto degli artt. 9 e 10 della Legge Fallimentare e della Legge 31 maggio 1995, n. 218, art. 25, i quali escludono la predetta giurisdizione soltanto nei casi di effettivo e tempestivo trasferimento all'estero, cioè nei soli casi in cui questo non abbia carattere fittizio o strumentale,
2) sia il principio secondo cui, per le società e le persone giuridiche, il centro degli interessi coincide, fino a prova contraria, con il luogo in cui si trova la sede statutaria con la conseguenza che, ove la società abbia trasferito all'estero la propria sede legale ma ad essa non abbia fatto seguito l'esercizio di attività economica nella nuova sede, né lo spostamento presso di essa del centro dell'attività direttiva, amministrativa ed organizzativa dell'impresa, non si è in presenza di un “nuovo centro di interessi” e, pertanto, permane la giurisdizione del giudice italiano (ovvero, ai sensi dell'art. 3, paragrafo 1, del citato Regolamento (CE) n. 1346 del 2000 relativo alle procedure di insolvenza, del giudice dello Stato membro nel cui territorio è situato il centro degli interessi principali del debitore) a dichiarare il fallimento.

(Francesca Fumagalli – f.fumagalli@lascalaw.com)

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