Fallimento in pendenza di concordato: quali effetti sul creditore istante?

Il creditore istante non è tenuto a sopportare gli effetti esdebitatori e definitivi ex art. 184 L.F. nel caso in cui il fallimento venga dichiarato in un momento in cui sarebbe stata ancora possibile la risoluzione ex art. 186 L.F. del concordato preventivo omologato. L’omologazione del piano è, difatti, resa impossibile per il verificarsi di un evento – il fallimento – che, sovrapponendosi al concordato medesimo, lo rende inevitabilmente irrealizzabile.

La Suprema Corte, con la sentenza in commento, ha, da un lato, delineato gli effetti del fallimento sull’entità – integrale o falcidiata – dei crediti concordatari da ammettere al passivo fallimentare e, dall’altro, statuito se, in assenza di risoluzione, sia comunque possibile una reviviscenza delle obbligazioni originarie.

Soccorrono, al riguardo, i principi da ultimo affermati dalla Cassazione in tema di ammissione al passivo fallimentare, con sentenza n. 26002 del 17/10/2018, nella quale viene precisata la necessità di distinguere tra due diverse ipotesi:

I. Qualora il fallimento sia stato dichiarato quando è ancora possibile instare per la risoluzione ex art. 186 L.F. della procedura concordataria, i creditori non sono tenuti a sopportare gli effetti esdebitatori e definitivi del concordato omologato, a norma dell’art. 184 L.F., posto che l’attuazione del piano è resa impossibile per l’intervento di un evento come il fallimento che, sovrapponendosi al concordato medesimo, inevitabilmente lo rende irrealizzabile;

  1. Qualora invece sia scaduto il termine per la risoluzione del concordato di cui all’art. 186, comma 3 L.F. (Cass. n. 29632/2017, p. 4) e il piano concordatario sia stato dunque consolidato senza che i creditori (pur potendo) si siano attivati per chiedere la risoluzione, il debitore continua ad essere obbligato al suo adempimento e i creditori (anche nuovi) e il P.M. possono promuovere le iniziative dirette a fare accertare l’insolvenza del debitore nella citata misura falcidiata”.

Tale conclusione esprime un’apprezzabile visione di carattere più marcatamente concorsuale, rispetto all’approccio “singolare” per cui ogni creditore, instando direttamente e solo per il fallimento – nonostante la pendenza del termine decadenziale di proponibilità della domanda di risoluzione ex art. 186 L.F. – finirebbe per determinare arbitrariamente le sorti dell’ammissione al passivo, in misura falcidiata, per tutti i restanti creditori concordatari, senza che essi siano stati chiamati ad interloquire sull’eventuale esercizio dell’azione di risoluzione, che viceversa ne consentirebbe l’ammissione in misura integrale (cfr. in tal senso Cass. n. 17703/2017).

Ne consegue che l’ammissione al passivo fallimentare del credito concordatario nella misura integrale – e non ristrutturata – è consentita non solo quando la domanda di risoluzione sia stata espressamente proposta da uno dei creditori al verificarsi di un inadempimento del concordato di non scarsa importanza, ex art. 186, comma 2 L.F., ma anche quando, in quello stesso lasso temporale aperto alla risoluzione, uno dei soggetti legittimati insti direttamente per il fallimento, facendo valere una situazione di insolvenza che origina da quelle stesse obbligazioni concordatarie, trattandosi di domanda che implicitamente sottende la risoluzione del concordato in corso di esecuzione (cfr. Cass. 26002/2018).

In questa prospettiva, è stato tra l’altro ribadito che, anche nel sistema concorsuale riformato, “il concordato preventivo deve essere risolto, a norma dell’art. 186 L.F., qualora emerga che esso sia venuto meno alla sua funzione di soddisfare i creditori nella misura promessa, a meno che l’inadempimento non abbia scarsa importanza, a prescindere da eventuali profili di colpa del debitore, non trattandosi di un contratto a prestazioni corrispettive ma di un istituto avente una natura negoziale contemplata da una disciplina che persegue interessi pubblicistici e conduce, all’esito dell’omologa, alla cristallizzazione di un accordo di natura complessa ove una delle parti (la massa dei creditori) ha consistenza composita e plurisoggettiva” (Cass. 18738/2018).

Cass., Sez. VI, 22 giugno 2020, n. 12085

Silvia Alessandra Pagani – s.pagani@lascalaw.com

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