Crisi e procedure concorsuali

Fallimento in esecuzione del decreto emesso dalla Corte d’ Appello: valido anche senza comunicazione o notificazione al debitore

Cass., 25 giugno 2013, sez. VI civile, n. 15862 (leggi la sentenza per esteso)

“Il Tribunale che dichiara il fallimento in esecuzione del decreto emesso dalla corte d’appello, non è tenuto a disporre la previa comunicazione o notificazione di detto decreto al debitore né  a convocare in camera di consiglio il debitore stesso, che abbia già esercitato il suo diritto di difesa avanti alla Corte d’Appello, anche nell’ipotesi in cui nel frattempo siano state presentate contro di lui altre istanze di fallimento”

I Giudici della Suprema Corte, con la sentenza n. 15862 del 25 giugno 2013,  nel rigettare il ricorso proposto da una società a responsabilità limitata, che aveva reclamato innanzi alla Corte di Appello di Roma, la sentenza dichiarativa di fallimento emessa dal Tribunale di Latina – a seguito di invio degli atti da parte della Corte di Appello ex art. 22 L.F. – deducendone la nullità per omessa convocazione all’udienza prefallimentare e contestando nel merito la condizione di insolvenza, hanno statuito che “il tribunale che dichiara il fallimento in esecuzione del decreto emesso dalla Corte d’Appello ai sensi dell’art. 22 ultimo comma legge fallimentare, non è tenuto a disporre la previa comunicazione o notificazione di detto decreto al debitore né a convocare in camera di consiglio il debitore stesso, che abbia già esercitato il suo diritto di difesa avanti alla Corte d’appello, sinanche nell’ipotesi in cui nel frattempo siano state presentate contro di lui altre istanze di fallimento”.

La Corte di Cassazione, con tale pronuncia ha comunque garantito il diritto di difesa del debitore ex art. 15 L.F. , precisando che – nel caso, successivamente alla data del decreto della Corte di Appello si verifichino fatti che incidono sui presupposti di fallibilità del debitore – il debitore ha comunque la facoltà di “segnalare la sussistenza all’organo che è funzionalmente deputato alla declaratoria di fallimento sì da consentirne l’assunzione all’attualità, rispettando il principio che ne impone il riscontro dei presupposti sulla base della situazione oggettivamente esistente alla data della pronuncia”.

Secondo gli Ermellini, dunque, in quest’ultima e sola ipotesi, “il Tribunale, prima di pronunciarsi in seguito alla rimessione degli atti da parte della Corte d’Appello, verificata la sussistenza della permanenza della domanda del creditore istante ovvero dell’istanza del P.M., è tenuto a rispettare lo schema dell’art. 15 Legge Fallimentare, onde consentire l’effettivo dispiegarsi del diritto di difesa sia al debitore che al creditore istante che va posto doverosamente in grado di interloquire”, ritenendo che in ogni altro caso, e dunque in assenza di sopravvenienze, la verifica dello schema di cui all’art. 15 L.F. sarebbe superflua, poiché finirebbe con l’incidere su fatti per i quali il debitore è stato messo nelle condizioni di contraddire non solo in quella sede, ma precedentemente, anche in sede di istruttoria prefallimentare.

(Antonella Mafrica – a.mafrica@lascalaw.com)

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