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Fallimento di una società in concordato: parola alle Sezioni Unite

Una società impugna la sentenza con cui è stato dichiarato il proprio fallimento in mancanza di una preventiva risoluzione del concordato preventivo omologato e non ancora integralmente eseguito.

La questione è pregnante: al via il dibattito delle Sezioni Unite.

Il coordinamento tra la procedura concordataria e la successiva sentenza dichiarativa di fallimento è un tema sempre caldo sotto molteplici profili, sia per i creditori che per la società debitrice.

Nel caso in esame, una società in concordato preventivo era stata dichiarata fallita senza una preliminare risoluzione della procedura in corso.

L’impresa impugnava, dunque, la sentenza innanzi alla Corte d’Appello che le dava ragione: la decisione del Giudice di prime cure era da considerarsi illegittima in quanto né il concordato non era stato impugnato dai creditori, ai sensi dell’art. 186 l.f., né era stata provata l’impossibilità di una regolare esecuzione del piano.

Il Curatore non ci sta: tale pronuncia violerebbe l’articolo 5 e lo stesso articolo 186 l.f.

Il ricorso così proposto consente alla Corte di Cassazione di accendere i riflettori sulla possibilità che possa essere dichiarato il fallimento di una società ammessa al concordato preventivo, il cui piano è stato omologato e non ancora eseguito.

La questione, va subito detto, non è oggetto di contrasto giurisprudenziale. 

Anzi, i Giudici di legittimità sono sempre stati propensi ad una risoluzione affermativa al quesito e, nella sentenza interlocutoria in esame, si ripropone un interessante excursus delle pronunce emesse nel tempo dalla stessa Corte.

A titolo esemplificativo, la Cassazione aveva già affermato come, la riforma operata nel 2007 con l’introduzione dell’art. 186 l.f., aveva eliminato “ogni automatismo tra risoluzione del concordato e dichiarazione di fallimento” solo quando il creditore vuole far valere integralmente (e dunque non secondo la falcidia prevista nel piano) il credito originario.

Ancora, si sostiene da tempo che l’art. 186 l.f., pur se norma speciale, non abbia “portata soppressiva delle prime disposizioni (della Legge fallimentare – n.d.r.)” e che quindi non possa impedire ai soggetti identificati dall’articolo 6 l.f. di promuovere, ove naturalmente ne sussistano i requisiti, il giudizio per veder dichiarato il fallimento dell’impresa insolvente.

In senso opposto, invece, la Dottrina, la quale, in via pressoché unanime, sarebbe contraria a riguardo, ponendo l’accento sull’assenza di esplicita norma che consentirebbe l’operazione di automatica “conversione” del concordato in fallimento.

I Giudici della Suprema Corte colgono, allora, l’occasione per aprire alla questione le porte delle sedi più opportune, affinchè si accenda il dibattito sotto molteplici profili.

Da un lato, naturalmente occorre indagare (e definitivamente chiarire) circa l’ammissibilità dell’istanza di fallimento depositata a danno di un’impresa ammessa al concordato preventivo omologato, senza che sia preliminarmente stata dichiarata la risoluzione di tale ultima procedura.

In secondo luogo, va approfondito se il fallimento debba essere dichiarato a causa di una condizione di insolvenza sopravvenuta all’omologazione del concordato oppure se, invece, può generare anche dalle obbligazioni assunte per l’esecuzione della proposta omologata.

Ancora, è necessario valutare se, in tale ultima ipotesi, sia legittimo il fallimento dichiarato anteriormente allo scadere del termine di cui all’art. 186 l.f. (secondo cui il ricorso per la risoluzione deve proporsi entro un anno dalla scadenza del termine fissato per l’ultimo adempimento previsto dal piano concordatario omologato).

Il Collegio “ritiene di dover rimettere al Primo Presidente, ravvisando (come anticipato – n.d.r.) una questione di massima di particolare importanza per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, la decisione in ordine alla ammissibilità dell’istanza di fallimento L. Fall., ex art. 6 e 7, nei confronti di un’impresa già ammessa al concordato preventivo poi omologato, a prescindere dall’intervenuta risoluzione del concordato”.

Interessante notare come l’urgenza di ottenere i chiarimenti sia stata avvertita sulla strada del tramonto della Legge Fallimentare, ormai (almeno, forse) prossima al pensionamento.

Il Codice della Crisi, ad ogni modo, tarda ad arrivare: dunque, vi terremo aggiornati sullo sviluppo del tema.

Cass. Civ., sez. I, 31.03.2021 n. 8919

Sacha Loforese – s.loforese@lascalaw.com

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