Contratto preliminare e fallimento del promittente venditore

Fallimento dell’acquirente: no alla revocatoria, sì all’insinuazione al passivo

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha rigettato il ricorso proposto dal Fallimento di una società (Alfa) avverso il decreto con cui il Tribunale di Palermo aveva dichiarato l’inammissibilità dell’azione revocatoria proposta nei confronti di un altro fallimento (Beta) dopo l’apertura del concorso, in virtù del principio della cristallizzazione del passivo fallimentare sancito dall’art. 52 L.F.

La Curatela istante, con tre motivi di ricorso, denunciava l’erroneità dell’interpretazione fornita dal Tribunale, che, sulla scorta dell’interpretazione fornita dalle stesse Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 30416/2018, aveva dichiarato l’inammissibilità dell’azione revocatoria, ordinaria o fallimentare, esperita nei confronti di un fallimento, poiché si tratta di un’azione costitutiva che modifica ex post una situazione giuridica preesistente e perché nel sistema opera il principio di cristallizzazione del passivo alla data di apertura del concorso, in funzione di tutela della massa dei creditori.

A fronte del ricorso proposto dalla Curatela del Fallimento Alfa, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria n. 19881 del 2019, rimetteva gli atti alle Sezioni Unite, sollecitando un ripensamento dei principi espressi con la citata sentenza del 2018 alla luce di alcune posizioni di segno contrario emerse in dottrina. In particolare, ad avviso dei Giudici della Prima Sezione, rilevava l’esigenza di assicurare tutela anche al ceto creditorio del soggetto disponente, dinanzi a un evento (l’atto revocando) comunque verificatosi prima del fallimento del beneficiario e che, alla luce dell’impossibilità di esperire un’azione revocatoria nei confronti di un fallimento, arricchirebbe i creditori di quest’ultimo a danno di quelli del primo. Ciò sia alla luce delle novità previste dal legislatore nel nuovo Codice della Crisi di Impresa e dell’Insolvenza, sia alla luce della natura stessa dell’azione revocatoria, che andrebbe rimodulata da azione costitutiva ad azione di tipo dichiarativo.

Le Sezioni Unite, nel rigettare i motivi di ricorso, hanno anzitutto evidenziato come il C.C.I.I., per scelta espressa del Legislatore, sia testo in generale non applicabile alle procedure aperte prima della sua entrata in vigore (art. 390, comma 1, C.C.I.I.) e come, in ogni caso, anche la pretesa di rinvenire nello stesso norme che rappresentino un utile criterio interpretativo degli istituti della Legge Fallimentare vigente potrebbe (eventualmente) essere ammessa soltanto laddove via sia una continuità tra la disciplina vigente e quella futura nell’ambito dell’argomento oggetto di interpretazione. Nel caso di specie, tuttavia, la Corte non ravvisava tale continuità tra la disciplina di cui all’art. 290 C.C.I.I., secondo cui il Curatore della liquidazione giudiziale aperta nei confronti di una società appartenente a un gruppo può esercitare l’azione revocatoria nei confronti di altre società del gruppo, e l’art. 91 del D.Lgs. n. 270 del 1999, unica norma evocabile nell’attuale regime fallimentare e richiamata dall’ordinanza interlocutoria. Al contrario, già le Sezioni Unite con la sentenza n. 30416/2018 avevano ritenuto che il richiamo anzidetto non fosse pertinente, poiché riguardante la procedura “speciale” dell’amministrazione straordinaria e come, in ogni caso, il citato art. 91, D.Lgs. n. 270 del 199, pur concretizzando un aggravamento del regime della revocatoria fallimentare ordinario, non puntelli minimamente l’esperibilità di tale azione contro una società del gruppo già separatamente assoggettata a procedura concorsuale.

Quanto, invece, alla natura e funzione dell’azione revocatoria, l’ordinanza interlocutoria rilevava come la tesi sinora avallata dalla giurisprudenza, secondo cui il fallimento dell’acquirente impedisce di agire in revocatoria contro la procedura, avrebbe di fatto originato una fattispecie di “irrevocabilità sopravvenuta dell’acquisto”, così che il fallimento finirebbe col “ripulire” l’acquisto medesimo, sanandolo per una vicenda propria del beneficiario, e rappresenterebbe un incentivo alla frode. Per tale ragione, l’efficacia della sentenza di accoglimento dell’azione revocatoria non dovrebbe limitare la sua retroattività alla data della domanda, ma dovrebbe arrivare sino alla data del compimento dell’atto revocato, cosicché l’azione non sarebbe poi destinata a incidere sul principio di cristallizzazione della massa passiva del beneficiario, non essendo riconducibile al divieto di inizio o proseguimento delle azioni esecutive disposto dall’art. 51 L.F.

Al riguardo, le Sezioni Unite della Cassazione rilevano, tuttavia, che la natura costitutiva (e non dichiarativa) della sentenza che accoglie l’azione revocatoria costituisce espressione di un insegnamento sedimentato, logico e assolutamente coerente, basato sulla considerazione che la sentenza modifica ex post una situazione giuridica preesistente. Ciò avviene da un lato privando di effetti nei confronti della massa atti che avevano già conseguito piena efficacia e, dall’altro, determinando la restituzione dei beni oggetto della revocatoria alla funzione di generica garanzia patrimoniale ex art. 2740 c.c. e alla soddisfazione dei creditori di una delle parti dell’atto.

Tale affermazione si basa sulla premessa che l’inefficacia dell’atto sorga solo dalla sentenza che ne accerti i presupposti. Sicché, in caso di esito vittorioso dell’azione revocatoria, la sentenza non travolge l’atto impugnato, con conseguente effetto restitutorio del bene al patrimonio del debitore, ma determina l’inefficacia dell’atto medesimo nei confronti del creditore vittorioso, così da consentirgli di aggredire il bene con l’azione esecutiva, qualora il credito rimanga insoddisfatto.

In altri termini, la sentenza che revoca l’atto dispositivo giova solo al creditore che l’abbia esercitata (o all’intera massa, ove a esercitarla sia un Fallimento), senza colpire l’esistenza e l’intrinseca validità dell’atto, che resta fermo (art. 2902 c.c.). L’effetto è che il terzo acquirente, pur continuando a mantenere inalterato il diritto di proprietà sul bene, resta esposto all’azione esecutiva del creditore

Pertanto, ad avviso delle Sezioni Unite, la sopravvenienza del Fallimento dell’acquirente non rileva tanto per cristallizzare il passivo, ovvero per l’irrilevanza, dopo la dichiarazione di fallimento, di modifiche attinenti alle pretese creditorie o ai rapporti obbligatori del patrimonio dell’acquirente. Rileva invece, e sicuramente, per la necessità di cristallizzare l’asse fallimentare alla data del fallimento. Per contro, il positivo esercizio di un’azione revocatoria finirebbe col sottrarre il bene che ne è oggetto alla garanzia dei creditori dell’acquirente, sulla base di un atto (la sentenza) successivo a detto fallimento, i cui effetti retroagiscono alla data della domanda.

Effetti di tal genere sono dunque postulabili, nei casi previsti dalla legge, solo dinanzi a domande trascritte prima della sentenza dichiarativa. Al contrario, quando la domanda è successiva al fallimento dell’acquirente, rileva unicamente il fatto che l’azione revocatoria, ove accolta, finirebbe per recuperare il bene che ne costituisce oggetto alla garanzia patrimoniale dei soli creditori dell’alienante e quindi, specularmente, per determinare la sottrazione del bene medesimo alla garanzia collettiva dei creditori dell’acquirente, il tutto sulla base di un titolo in tutto e per tutto successivo alla sentenza dichiarativa del fallimento di quest’ultimo.

Quanto precede si porrebbe in netto contrasto con il complesso di regole desumibili dagli articoli 42 e seguenti della legge fallimentare e spiega perché è inammissibile ipotizzare l’azione costitutiva in casi simili.

Tuttavia, le Sezioni Unite ammettono come l’ordinanza interlocutoria della Prima Sezione Civile abbia colto un elemento di possibile criticità del sistema, laddove, fermandosi a quanto sinora dedotto, l’interesse dei creditori del beneficiario sarebbe irrimediabilmente compromesso.

Il principio per cui il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri, infatti, mentre le limitazioni di responsabilità non possono che essere previste dalla legge, visto dalla parte del creditore postula la necessità di assicurare una salvaguardia del corrispondente diritto alla conservazione della garanzia patrimoniale e di opporsi alla dispersione della stessa.

Il punto di equilibrio tra le contrapposte esigenze sin qui delineate viene rinvenuto nel fatto che, come è pacifico, l’oggetto della domanda revocatoria non è il recupero del bene ceduto in sé, ma la reintegrazione della garanzia patrimoniale e, quindi, il recupero del corrispondente valore nel patrimonio del disponente. Ciò consente di affermare che il fallimento del terzo acquirente, precedente all’azione costitutiva revocatoria, rende certamente l’azione suddetta inammissibile, poiché non è consentito incidere sul patrimonio del fallimento recuperando il bene alla sola garanzia patrimoniale del creditori dell’alienante, ovvero, in altri termini, poiché non è consentito sottrarre quel bene all’asse fallimentare cristallizzato al momento della declaratoria di fallimento. Tuttavia, il fallimento dell’acquirente impedisce di recuperare il bene per esercitare l’azione esecutiva su di esso, ma non di insinuarsi al passivo di quel fallimento per il corrispondente controvalore.

Pertanto, le Sezioni Unite precisano che il Fallimento dell’alienante non potrà esercitare l’azione revocatoria nei confronti del beneficiario fallito, ma potrà certamente concorrere sul ricavato del bene in sede di liquidazione concorsuale, insinuandosi al passivo per il corrispondente importo. Nel farlo, sarà soggetto alle regole prescritte in materia di accertamento del passivo, alla sola condizione che il fatto lesivo della garanzia patrimoniale dell’alienante sia anteriore alla sentenza di fallimento.

In conclusione, nella fattispecie in esame i Giudici di legittimità a Sezioni Unite hanno rigettato integralmente il ricorso proposto e confermato i principi esposti con la sentenza n. 30416/2018, fornendo tuttavia un’interessante precisazione in merito agli strumenti di tutela che l’ordinamento garantisce ai creditori del soggetto disponente in caso di fallimento del beneficiario.

Cass., Sez.Unite, 24 giugno 2020, n. 12467

Eleonora Gallina – e.gallina@lascalaw.com

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