Crisi e procedure concorsuali

Fallimenti d’ufficio: la Corte Costituzionale respinge l’eccezione di illegittimità costituzionale sollevata dal Tribunale meneghino

Corte Costituzionale, 9 luglio 2013, n. 184 (leggi la sentenza per esteso)

Negli scorsi numeri di Iusletter, avevamo riferito del fatto che il  Tribunale di Milano, Sezione Fallimentare – riunito in Camera di Consiglio in persona del Dott. Filippo Lamanna, Presidente relatore, della Dott.ssa Caterina Macchi e della Dott.ssa Francesca Mammone, in qualità di Giudici – aveva pronunciato, in data 24 maggio 2012, un’ordinanza con la quale veniva sollevata la questione di legittimità costituzionale  dell’art. 4 D.Lgs. n. 5/2009, in relazione all’art. 77 della Costituzione e al tenore logico-letterale dell’art. 1 della legge delega 80/2005, nella parte in cui tale norma ha cancellato dal primo comma dell’art. 6 R.D. 16 marzo 1942 n.267 l’inciso “oppure d’ufficio”.

Ora la Corte Costituzionale si è pronunciata dichiarando non fondata la questione.

Il Tribunale meneghino si era trovato ad  esaminare una istanza di fallimento presentata dai componenti effettivi del collegio sindacale di una società per azioni posta in liquidazione.
Poiché costoro, nella inerzia del commissario liquidatore – peraltro dimissionario, ma non ancora sostituito – ritenevano di potersi surrogare al primo, a fronte della situazione di dissesto finanziario in cui versava la predetta compagine societaria, hanno presentato ricorso per la dichiarazione di fallimento della società in questione.

Preliminarmente, il Tribunale aveva dichiarato inammissibile l’istanza di fallimento, negando che sussistesse, in capo a tali soggetti, tale potere atteso che, sino al momento della sua effettiva sostituzione, legale rappresentante della società in liquidazione è esclusivamente il commissario liquidatore, eventualmente anche in regime di prorogatio, spettando semmai al collegio sindacale, a fronte dell’eventuale inerzia degli organi rappresentativi, solo il potere di convocare l’assemblea dei soci, ma non quello di sostituirsi nelle scelte gestionali agli organi in questione.

Tuttavia, ove fosse stato tuttora in vigore l’originario testo dell’art. 6 legge fall., a fronte della comprovata situazione di insolvenza del fallendo, l’istanza, proveniente da soggetto non legittimato, avrebbe potuto essere considerata quale esposto volto ad attivare il potere del Tribunale fallimentare di dichiarare ex officio il fallimento.

Tale potere, però – prosegue il giudice a quo −, è stato “sottratto” al tribunale fallimentare a seguito della entrata in vigore dell’art. 4 del decreto legislativo n. 5 del 2006, in quanto il nuovo testo dell’art. 6 legge fall., come sostituito dalla disposizione censurata, non lo prevede più.

Secondo il Tribunale tale espunzione esulerebbe dai principi e criteri direttivi contenuti nell’art. 1, comma 6, della delega legislativa conferita al Governo con la legge 14 maggio 2005, n. 80 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 marzo 2005, n. 35, recante disposizioni urgenti nell’ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale. Deleghe al Governo per la modifica del codice di procedura civile in materia di processo di cassazione e arbitrato nonché per la riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali), in quanto, pur interpretando nella maniera più estensiva possibile tali principi e criteri, non sarebbe consentito, come peraltro già segnalato dalla dottrina, individuare un qualsiasi riferimento alla possibilità di rimuovere il potere del Tribunale di dichiarare il fallimento d’ufficio.
Ad avviso del rimettente, la nuova disciplina non avrebbe neppure l’effetto di rendere più efficiente o celere la procedura e, pertanto, la stessa non sarebbe giustificata dalla necessità di coordinamento con altre disposizioni vigenti: non con disposizioni di rango costituzionale, avendo la Corte costituzionale, nello scrutinare il vecchio testo dell’art. 6 legge fall., escluso che l’attribuzione al Tribunale del potere de quo violasse la Costituzione; non con le norme di rango ordinario sulla disciplina delle procedure concorsuali, sia per la, generalmente riconosciuta, scarsa sistematicità di queste, sia perché l’unico principio a tal fine richiamabile – quello del parziale ridimensionamento del ruolo dell’Autorità giudiziaria nelle procedure in questione – non avrebbe dovuto comportare una generalizzata riduzione dei poteri di questa in tutti i casi in cui, in precedenza, essa li svolgeva.
Ciò tanto più se si osservi  che, ad esempio, in tema di amministrazione straordinaria – la cui disciplina prevede tuttora un intenso potere d’intervento dell’autorità amministrativa – è ancora previsto il potere del Tribunale di dichiarare lo stato di insolvenza. In tal senso assumerebbe particolare rilievo che nelle procedure di amministrazione straordinaria riservate alle imprese di maggiori dimensioni il potere di aprire la procedura spetti proprio all’organo amministrativo che ad essa presiede, a comprova del fatto che non vi è contraddizione fra il potere di apertura della procedura e la sua gestione.

Mancherebbe, perciò, una esplicita previsione legittimante l’intervento del legislatore delegato.

Nel giudizio avanti la Corte di Cassazione interveniva , col patrocinio dell’Avvocatura generale dello Stato, il Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo che la questione di legittimità costituzionale sollevata dal rimettente fosse dichiarata inammissibile o, comunque, infondata.

Ad avviso dell’Avvocatura, l’inammissibilità della questione, per difetto di rilevanza, deriverebbe dall’orientamento giurisprudenziale, ora prevalente, secondo il quale, ove il giudice fallimentare, come ogni altro giudice civile, rilevi lo stato di dissesto dell’imprenditore, ne deve fare segnalazione al pubblico ministero, il quale deve presentare istanza per la dichiarazione di fallimento.
Il potere di attivare ex officio la procedura fallimentare non sarebbe stato sottratto al giudice fallimentare, atteso che tale potere può essere esercitato attraverso l’intervento, comunque vincolato, del pubblico ministero.

Pertanto, come segnalato dall’Avvocatura, l’esito del giudizio a quo non avrebbe dovuto essere la semplice dichiarazione di inammissibililità dell’istanza di fallimento presentata dai componenti il collegio sindacale della società fallenda, ma, ricorrendone –  come dichiarato dal Tribunale rimettente – tutti gli altri presupposti, la segnalazione della situazione al pubblico ministero.

Come si anticipava, la Corte Costituzionale ha ritenuto  la questione non è fondata.

Va premesso che, secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale, ove sia necessario verificare la conformità della norma delegata alla norma delegante, è richiesto lo svolgimento di un duplice processo ermeneutico, condotto in parallelo: l’uno, concernente la norma che determina l’oggetto, i principi e i criteri direttivi della delega; l’altro, relativo alla norma delegata, da interpretare nel significato compatibile con questi ultimi.
Nel determinare il contenuto della delega si deve tenere conto «del complessivo contesto normativo nel quale si inseriscono la legge delega e i relativi principi e criteri direttivi», nonché le «finalità che la ispirano, che costituiscono non solo la base e il limite delle norme delegate, ma anche strumenti per l’interpretazione della loro portata» (sentenza n. 272 del 2012).

Deve, altresì, considerarsi che «la delega legislativa non esclude ogni discrezionalità del legislatore delegato» (sentenza n. 98 del 2003); questa può essere «più o meno ampia, in relazione al grado di specificità dei criteri fissati nella legge delega. Pertanto, per valutare se il legislatore abbia ecceduto tali […] margini di discrezionalità occorre individuare la ratio della delega per verificare se la norma delegata sia stata con questa coerente» (sentenza n. 98 del 2003).
Infine, per quanto qui interessa, è stato, anche, precisato che «i principi e i criteri direttivi della legge di delegazione devono essere interpretati sia tenendo conto delle finalità ispiratrici della delega, sia verificando, nel silenzio del legislatore delegante sullo specifico tema, che le scelte del legislatore delegato non siano in contrasto con gli indirizzi generali della stessa legge delega» (sentenza n. 341 del 2007).
In base a tale giurisprudenza il legislatore delegante, nell’attribuire al Governo il compito di procedere, attraverso la adozione di uno o più decreti legislativi, alla «riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali, di cui al regio decreto 16 marzo 1942, n. 267», aveva previsto, quale compito del legislatore delegato, quello, fra gli altri, di realizzare «il necessario coordinamento con le altre disposizioni vigenti».
Il nostro ordinamento processuale civile è, sia pure in linea tendenziale e non senza qualche eccezione, ispirato dal principio ne procedat judex ex officio (sentenza n. 123 del 1970), così da escludere che in capo all’organo giudicante siano allocati anche significativi poteri di impulso processuale.
Sebbene più volte la Corte abbia chiarito che, in particolari e transitorie ipotesi, siffatta allocazione non può considerarsi di per sé violativa di parametri costituzionali (sentenze n. 148 del 1996 e n. 46 del 1995), non può, tuttavia, disconoscersi che, nonostante ciò non costituisca una necessità finalizzata ad assicurarne la congruità costituzionale, risponde ad un criterio di coerenza interno al sistema rimuovere le ipotesi normative che si contrappongano al ricordato principio tendenziale.
In questo modo, infatti, ha operato il legislatore delegato in materia di procedure concorsuali, provvedendo sia a modificare l’art. 6 legge fall., rimuovendo la possibilità che il fallimento fosse dichiarato d’ufficio, sia, in occasione dell’adozione dei successivi decreti correttivi, ad espungere dal testo della legge fallimentare le residue fattispecie nelle quali la dichiarazione di fallimento interveniva in assenza di un’istanza proveniente da soggetto diverso dall’organo decidente. In particolare, ci si riferisce al decreto legislativo 12 settembre 2007, n. 169 (Disposizioni integrative e correttive al regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, nonché al decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5, in materia di disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa, ai sensi dell’articolo 1, commi 5, 5-bis e 6, della legge 14 maggio 2005, n. 80).
Così operando, il legislatore delegato, lungi dal violare la delega a lui conferita, avrebbe, viceversa, dato attuazione al precetto affidatogli di procedere al coordinamento della disciplina delle procedure concorsuali con uno dei principi del nostro sistema processuale.

(Luciana Cipolla – l.cipolla@lascalaw.com)

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