Regolamento di giurisdizione e Pubblica Amministrazione

Esecuzione e spese: vale sempre la tara del ricavato

Nel processo esecutivo, le spese relative alla liquidazione degli ausiliari devono essere fatte gravare, in via di prededuzione, sui fondi a disposizione della procedura, in attuazione del principio della tara del ricavato, e ciò anche in caso di declaratoria di improcedibilità dell’esecuzione.

È questo il principio sancito dal Tribunale di Napoli Nord con la sentenza del 9 dicembre 2019, in tema di liquidazione dei crediti professionali maturati dagli ausiliari del Giudice dell’esecuzione, con la quale veniva respinta l’istanza del debitore volta alla declaratoria di improcedibilità dell’esecuzione con liquidazione dei compensi degli ausiliari a carico del creditore procedente.

La fattispecie trae origine dall’istanza di estinzione depositata dal debitore in una procedura esecutiva immobiliare per integrale caducazione del titolo, con la quale lo stesso chiedeva di porre a carico del creditore, le somme relative ai crediti maturati dal custode per l’espletamento delle proprie attività.

In particolare, con la sentenza in commento, il Tribunale di Napoli Nord, a seguito di declaratoria di improcedibilità dell’esecuzione per integrale caducazione del titolo del creditore, ha autorizzato il custode ad utilizzare le somme giacenti sul conto corrente della procedura e derivanti dalla riscossione dei canoni di locazione relativi all’immobile pignorato.

Le ragioni poste alla base di tale decisione seguono un duplice ordine di motivi.

Innanzitutto, il Tribunale, richiamando la sentenza della Corte di Cassazione n. 2457 del 2018, sancisce che il processo esecutivo è governato non dal “principio della soccombenza” ma dal “principio della tara del ricavato”, così come disposto dall’art. 95 c.p.c., in quanto a differenza che nel giudizio di cognizione, nel processo esecutivo non è possibile individuare una parte “vittoriosa” e una parte “soccombente”. In base a tale principio, se il Giudice liquida somme dovute a titolo di spese, queste ultime devono gravare sul ricavato dell’esecuzione, che comprende anche le rendite e i proventi della cosa pignorata.

Il Tribunale di Napoli Nord si è poi interrogato sulla funzione del custode e sulla possibilità di includere il relativo compenso tra i crediti prededucibili. La risposta non può che essere positiva atteso che l’attività di custodia dei beni pignorati è funzionale alla tutela dell’interesse dei creditori in virtù di un rapporto di strumentalità della stessa all’intero processo esecutivo.  A tal proposito rileva infatti il principio di inerenza delle spese all’interesse tutelato in base al quale “se il compendio pignorato è un patrimonio separato cui devono essere imputati i rapporti obbligatori creati dal suo custode, pare logico concludere che delle obbligazioni non siano chiamati a rispondere in via diretta né il procedente, né l’esecutato, né lo stesso custode, bensì il patrimonio stesso; non si vede, perciò, un ostacolo al riconoscimento, in fase di distribuzione, della prededuzione, categoria – distinta da quella dei crediti ex art. 2770 c.c. (postergati ai crediti in prededuzione) – nella quale dovranno essere incluse tutte le spese di conservazione, amministrazione e, in generale, di custodia afferenti all’immobile aggredito”.

In definitiva quindi, i crediti relativi all’attività del custode, rientrano tra le spese in prededuzione in quanto funzionali al processo esecutivo e la relativa liquidazione da parte del Giudice, andrà a gravare sui fondi a disposizione della procedura anche in caso di sopravvenuta improcedibilità dell’esecuzione, compresi i fondi derivanti dalla gestione del bene ex art. 509 c.p.c..

Trib. Napoli Nord, 9 dicembre 2019

Wendy Giunti – w.giunti@lascalaw.com

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