L’interesse è concreto. Se non ripeti, che interesse c’è?

Esecuzione immobiliare sui beni costituiti in fondo patrimoniale

Il Tribunale di Pordenone si è pronunciato in materia di fondo patrimoniale e di possibilità di soggezione ad esecuzione immobiliare di beni rientranti nello stesso. Il giudice di merito friulano ha, infatti, affermato che, qualora l’amministratore di una società per azioni sottoscriva per avallo un  vaglia cambiario che sia stato emesso dalla società stessa, il fondo patrimoniale che sia stato costituito dal suddetto soggetto può essere aggredito tramite una procedura esecutiva immobiliare dal creditore cambiario. Tale ipotesi si verifica nel caso in cui l’amministratore medesimo non sia in grado di dimostrare che per il sostentamento della famiglia lo stesso trae proventi da fonti diverse dalla società avallata.

Nel caso concreto i debitori esecutati, rispettivamente Presidente e Vice Presidente di una società per azioni, avevano proposto opposizione ex art. 615 c.p.c nei confronti del creditore procedente in forza della sussistenza di un fondo patrimoniale dagli stessi costituito sui beni oggetto del pignoramento. In tale sede il Giudice dell’esecuzione aveva ritenuto che gli opponenti, sui quali ricade l’onere della prova, non avessero fornito alcun elemento che fosse idoneo a far ritenere l’estraneità del debito ai bisogni della famiglia. L’organo giudicante aveva quindi richiamato la giurisprudenza dominante in materia, in base alla quale l’esecuzione sui beni del fondo o sui frutti di questi potrà avere luogo nel caso in cui la fonte e la ragione del rapporto obbligatorio siano immediatamente inerenti ai bisogni della famiglia. Il Tribunale di Pordenone sul punto aveva specificato che i bisogni della famiglia devono essere intesi in senso ampio, ricomprendendo negli stessi, non solo le esigenze volte al mantenimento pieno e allo sviluppo armonico della famiglia, ma anche quelle destinate a potenziare le sue capacità lavorative, con esclusione delle sole esigenze voluttuarie o che siano pervase da intenti speculativi (Cass., n. 15862/2009; Cass., n. 12998/2006; Cass., n. 4011/2013). Il Tribunale adito aveva dunque rigettato l’istanza di sospensione ex art. 624 c.p.c. formulata unitamente all’opposizione, mancando la prova di una qualche diversa fonte di reddito che fosse significativa. Si doveva al contrario presumere che dalla attività imprenditoriale gli opponenti ricavassero i mezzi di sostentamento per le proprie famiglie.

Gli esecutati proponevano quindi reclamo ex art. 669 terdecies c.p.c. avverso l’ordinanza di rigetto dell’istanza di sospensione. Il Collegio, di fatto, richiamava l’ordinanza emessa dal Giudice dell’esecuzione evidenziando che il criterio per identificare quei crediti che possono essere soddisfatti in via esecutiva sui beni conferiti nel fondo patrimoniale, è da ricercarsi nel rapporto tra gli scopi per cui i debiti sono stati contratti e i bisogni della famiglia. Il Tribunale di Pordenone ribadiva quindi che l’onere della prova dei presupposti per l’applicabilità dell’art. 170 c.c. grava su chi intende avvalersi del regime dell’impignorabilità dei beni costituiti in fondo patrimoniale. Il collegio, anche in tale sede, riteneva non ottemperato l’onere della prova e non superata quindi la presunzione che dalla attività imprenditoriale svolta in una società il cui debito sia stato garantito personalmente al fine di assicurarne l’operatività, gli opponenti ricavano i mezzi di sostentamento per le proprie famiglie. L’organo giudicante, stante l’assenza di una prova di una qualche diversa e significativa fonte di reddito degli opponenti, rigettava il reclamo e condannava questi ultimi a rifondere le spese di lite.

Trib. Pordenone, 15 febbraio 2016

Stefano Scottis.scotti@lascalaw.com

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