Crisi e procedure concorsuali

Esdebitazione del fallito e presupposti oggettivi al riconoscimento del beneficio: la pronuncia delle Sezioni Unite

Cass, 18 novembre 2011, n. 24215

Massima: "L'art. 142, co. 2, l.f. deve essere interpretato nel senso che, per la concessione del beneficio dell'esdebitazione, non è necessario che tutti i creditori concorsuali siano soddisfatti almeno parzialmente, bensè è sufficiente che almeno parte dei creditori sia stata soddisfatta; è rimesso al prudente apprezzamento del giudice accertare quando la consistenza dei riparti realizzati consenta di affermare che l'entità dei versamenti effettuati, valutati comparativamente rispetto a quanto complessivamente dovuto, costituisca quella parzialità dei pagamenti richiesta per il riconoscimento del beneficio." (leggi la sentenza per esteso)

Con sentenza resa a Sezioni Unite (Cass. Civ., S.S.U.U. , 18 novembre 2011, n. 24215), la nostra Suprema Corte è intervenuta in materia di esdebitazione del fallito, affrontando la controversa questione se, ai fini del riconoscimento del beneficio, occorra il soddisfacimento, almeno parziale, di tutti i creditori concorsuali.

L'istituto in discorso, come noto, è stato introdotto nel nostro ordinamento con il D.Lgs. 5/2006, recante la riforma delle procedure concorsuali.

Esso, in buona sostanza, consente al debitore fallito, persona fisica, la liberazione dai debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti integralmente, seppur in presenza di alcune condizioni.
L’art. 142 L.F. indica le condizioni per la liberazione dai debiti residui individuando, accanto ad un presupposto di carattere soggettivo, attinente alla condotta del soggetto fallito tenuta prima e durante la procedura fallimentare, un presupposto di natura oggettiva funzionale all’applicazione dell’istituto de quo.

Con riferimento a tale ultimo presupposto, l’art. 142, co. 2, L.F. testualmente recita: «L’esdebitazione non può essere concessa qualora non siano stati soddisfatti, neppure in parte, i creditori concorsuali».
La formulazione della norma, sul punto, presentava evidenti margini di equivocità e non consentiva di ricostruire con certezza la volontà del legislatore.
Più in particolare, il lacunoso inciso «neppure in parte» poteva astrattamente riferirsi sia al numero dei creditori concorsuali, sia solo alla parte di soddisfacimento che ogni singolo creditore riceve.
E' di tutta evidenza che l'interpretazione di detto inciso abbia valenza fondamentale dal punto di vista pratico.

Difatti, nel primo caso, la totale o parziale soddisfazione anche di un solo creditore potrebbe far ritenere integrato il presupposto richiesto dalla Legge; nel secondo, invece, l’applicazione dell’istituto verrebbe ad essere ridotta ad un numero limitatissimo di casi, per difetto del presupposto oggettivo.

Sia in dottrina che in giurisprudenza, esistono orientamenti contrapposti circa l’esatto significato del presupposto di natura oggettiva funzionale all’accesso al beneficio dell’esdebitazione, sicché si è ritenuto opportuno, nell’ambito di una controversia implicante l’accertamento di detto requisito, investire della questione le Sezioni Unite, che ha statuito la seguente massima: “L'art. 142, comma 2, L.F. deve essere interpretato nel senso che, per la concessione del beneficio dell’esdebitazione, non è necessario che tutti i creditori concorsuali siano soddisfatti almeno parzialmente, bensì è sufficiente che almeno parte dei creditori sia stata soddisfatta, essendo invero rimesso al prudente apprezzamento del giudice accertare quando la consistenza dei riparti realizzati consenta di affermare che l’entità dei versamenti effettuati, valutati comparativamente rispetto a quanto complessivamente dovuto, costituisca quella parzialità dei pagamenti richiesta per il riconoscimento del beneficio” .

Il Supremo Collegio, in assenza di dati letterali sufficientemente chiari ed univoci per la soluzione della questione, è ricorsa al criterio interpretativo logico-sistematico per individuare la reale volontà del legislatore.
D’altra parte, il riconosciuto carattere eccezionale dell’istituto dell’esdebitazione, in quanto derogante ai principi della responsabilità patrimoniale generale (art. 2740 c.c.) e di sopravvivenza delle obbligazioni insoddisfatte nel fallimento (art. 120 L.F.), è riconducibile all’avvertita esigenza di consentire al debitore imprenditore di ripartire da zero, dopo aver cancellato i debiti pregressi (cd. discharge).
Ciò posto, le Sezioni Unite – con la richiamata sentenza – sostanzialmente ritengono che solo un’interpretazione lata della norma potrebbe inserirsi coerentemente in un sistema volto a facilitare il reinserimento nel mercato di un soggetto produttivo di reddito.

Accedendo all’interpretazione resa dalla Corte, il disposto dell’art. 142 L.F. dovrà essere interpretato nel senso che ai fini dell’accesso al beneficio occorra il pagamento di una parte dei debiti esistenti.
Tuttavia, non stabilendo il legislatore alcunché in ordine all’entità dei crediti da soddisfare rispetto al totale,  è rimesso al prudente apprezzamento del giudice del merito il compito di accertare quando la normata condizione si sia verificata, ovvero quando la consistenza dei riparti realizzati consenta di affermare che l’entità dei versamenti effettuati, valutati comparativamente rispetto a quanto complessivamente dovuto, costituisca quella parzialità dei pagamenti richiesta per il riconoscimento del beneficio.

Difatti, richiedere la soddisfazione in qualche misura di tutti i creditori concorsuali implicherebbe un’applicazione dell’istituto del tutto marginale, contraria all’obiettiva volontà del legislatore di garantirne -al contrario- un diffuso utilizzo teso alla piena riabilitazione dell'imprenditore.

(Giangiacomo Ciceri – g.ciceri@lascalaw.com)

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