La parte deve partecipare personalmente alla mediazione

… ed è anche lite temeraria

Così ha deciso il Tribunale di Milano con la recentissima sentenza pronunciata ai sensi dell’art. 281 sexies c.p.c. lo scorso 31.03.2016.

Oltre al rigetto di tutte le domande proposte da parte attrice – ed alla condanna alle spese di lite – la dr.ssa Brat ha ravvisato anche gli estremi per una condanna ex art. 96 c.p.c.

Parte attrice contestava alla banca convenuta l’illegittimità di addebiti riferiti ad un rapporto di conto corrente (acceso post delibera CICR 09.02.2000) chiedendo, per l’effetto,  la restituzione delle somme, a suo dire, indebitamente percepite.

La deducente asseriva l’applicazione di interessi debitori ultra-legali non pattuiti, di interessi anatocistici, di commissioni di massimo scoperto, di costi, competenze, remunerazioni a vario titolo e di condizioni non pattuite e non comunicate.

Difesa da questo studio, la convenuta provvedeva al deposito della documentazione contrattuale, così smentendo ogni contestazione circa la mancata pattuizione delle condizioni economiche, che risultavano tutte debitamente concordate.  Inevitabile l’integrale rigetto dell’avversa doglianza.

In merito al contestato anatocismo, il giudice rilevava che il contratto era stato concluso  successivamente all’entrata in vigore della delibera CICR 9.2.2000, emanata in ottemperanza all’art. 120 TUB, la cui legittimità è stata confermata dalla stessa Corte Costituzionale con sentenza n. 341/2007. “In conformità a detta delibera, il contratto prevede, nella sezione riservata alle condizioni economiche, la pari periodicità trimestrale di capitalizzazione degli interessi sia creditori, sia debitori, la quale dunque deve ritenersi legittima”.

Sempre in argomento, il magistrato ha ritenuto inammissibile, perchè tardiva (per la prima volta formulata in sede di precisazione delle conclusioni) la richiesta di espunzione degli interessi anatocistici dall’1.1.14, in ragione dell’art. 1 comma 629 della L. n. 147/13.

Con riguardo alla contestata usura, il Tribunale non si è invece discostato dal proprio orientamento, in particolare ribadendo che “si rileva come parte attorea, fondando le proprie pretese su di una perizia che espressamente contraddice i principi stabiliti dalla Banca d’Italia, non abbia fornito alcun elemento di prova sufficiente a sostegno delle proprie allegazioni”.

Ogni ulteriore censura (c.m.s., spese, commissioni e ius variandi ): del tutto generica  e sfornita  di elementi a sostegno (oltretutto, nel caso dello ius variandi, la banca aveva espressamente previsto detta disposizione nel contratto, anche oggetto di specifica sottoscrizione da parte del cliente).

Nella fattispecie oggetto di causa, il giudice, oltre al rigetto, per come rilevato, di tutte le domande attoree ha ritenuto il contegno di parte attrice temerario, per aver perseverato nel richiedere una perizia seppur fossero già per tabulas smentite le proprie deduzioni (e la propria perizia), a fronte della produzione della banca.“Sussistono, infine, ragioni per disporre la condanna dell’attrice al pagamento di una somma ai sensi dell’art. 96 cpc, dal momento che la difesa attorea, dopo aver introdotto il giudizio in assenza dei necessari documenti contrattuali – sia pure richiesti ai sensi dell’art. 119 TUB – ha continuato a richiedere l’ammissione di attività istruttoria e, segnatamente, di C.T.U. contabile, pure a fronte della produzione, da parte della banca, dei documenti contrattuali che smentivano de plano le allegazioni attoree ed i risultati della relativa perizia di parte svolta, in assenza di alcun documento contrattuale.”

Trib. Milano, 31 marzo 2016, n. 4006

Paola Maccarronep.maccarrone@lascalaw.com

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