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Eccessiva durata del processo, l’indennizzo non è scontato

La Cassazione ha precisato che, nella valutazione della ragionevole durata di un giudizio, bisogna considerare i rinvii chiesti dalle parti e non addebitabili alle disfunzioni dell’apparato giudiziario.

In merito all’indennizzo previsto dalla Legge Pinto per l’irragionevole durata del processo, si è espressa con la recente Sentenza n. 25318/2019 del 9 ottobre, la seconda Sezione della Corte di Cassazione che ha precisato che per ottenere la declaratoria di condanna ai sensi della predetta Legge, non è sufficiente l’eccessiva durata del processo, occorrendo anche la presenza di altri fattori. Secondo il principio di diritto espresso nella citata sentenza, infatti, nella valutazione relativa alla condanna ex Legge Pinto, deve escludersi ogni automatismo – che porterebbe a conteggiare solo la differenza fra gli anni di effettiva durata di un giudizio e quelli della ragionevole durata – dovendosi necessariamente prendere in considerazione anche altri fattori, fra i quali i rinvii chiesti dalle parti e non funzionali alle cadenze necessarie del procedimento.

La stessa norma prevede che, al fine di valutare se i tempi di un processo siano o meno ragionevoli, debba procedersi all’accertamento, sia del comportamento del Giudice, sia del comportamento delle parti, sia di quello tenuto da ogni altra autorità chiamata a concorrervi. Conseguentemente, la violazione della durata ragionevole di un processo non discende automaticamente dall’essere stati disposti rinvii eccedenti i quindici giorni previsti dall’art. 81 disp. att. c.p.c., ma dal superamento della durata ragionevole in termini complessivi, detraendo dalla stessa i rinvii richiesti dalle parti solo nei limiti in cui siano imputabili ad intento dilatorio o alla negligente inerzia delle stesse, restando addebitabili gli altri rinvii delle disfunzioni dell’apparato giudiziario, salvo che ricorrano circostanze riconducibili alla fisiologia del processo.

Nel caso di specie, la Cassazione ha ritenuto che la Corte d’Appello di Perugia, che aveva condannato il Ministero della Giustizia a titolo di equa riparazione ex L. 89/2001 e successive modificazioni, si era limitata ad effettuare un meccanicistico raffronto tra la durata ragionevole della causa in esame (5 anni) e quella effettiva (22 anni e 6 mesi), traendone un’automatica eccedenza, senza considerare il comportamento delle parti che avevano chiesto ripetuti rinvii, la complessità del caso e la connessione del giudizio civile con procedimenti penali.

Pertanto, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del Ministro della Giustizia, cassando il decreto impugnato e rinviando ad altra sezione della Corte d’Appello di Perugia.

Cass., Sez. II Civ., 9 ottobre 2019, n. 25318

Valeria Misticoni – v.misticoni@lascalaw.com

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