Donazione lesiva della legittima? Riduzione e collazione operano congiuntamente

La II Sezione Civile della Suprema Corte, con la recentissima sentenza n. 28196/2020 depositata il 10 dicembre u.s., ha stabilito l’interessante principio secondo il quale se una donazione soggetta a collazione è anche lesiva della legittima, la tutela offerta dall’azione di riduzione non assorbe gli effetti della collazione, con cui i legittimari potranno concorrere pro quota sul valore della donazione ridotta, che rientrerà nella massa ereditaria.

La pronuncia ha messo la parola fine ad una causa riguardante una successione soggetta ad azione di riduzione, per violazione della quota di legittima dei figli, svoltasi avanti il Tribunale di Torino tra alcuni coeredi, precisamente moglie e tre figli del de cuius, istituiti per testamento nella quota di ¼ ciascuno.
Il Tribunale, previo accertamento della composizione della massa ereditaria e dopo aver ricostruito le donazioni effettuate in vita, verificava che la legittima dei tre figli risultava lesa. Di conseguenza pronunciava sentenza con la quale riduceva la disposizione testamentaria della moglie, attribuendola per intero ai figli per la rispettiva quota di riduzione, determinata in rapporto alla lesione di ciascuno e riduceva la donazione ricevuta dal coniuge condannando altresì i donatari a restituire il relativo importo. Inoltre, poiché residuava ancora una lesione in danno dei tre figli, riduceva ulteriormente le donazioni della moglie, condannandola al pagamento di quanto ancora occorrente per pareggiare la riserva dei figli.
L’iter seguito dal Tribunale parte dal presupposto, evidente in base ai valori, che il coniuge, già attraverso le prime donazioni, avesse conseguito per intero la propria quota di legittima, pari, nel concorso con più figli, a ¼ del patrimonio (art. 542, comma 2 c.c.). In esito a tale iter ciascuno dei legittimari, coniuge compreso, ha conseguito la quota di riserva e il coniuge, in aggiunta a tale quota, ha conservato la disponibile, oltre ad una somma pari ai debiti ereditari, preventivamente quantificati. In questo modo il passivo ereditario è stato posto per intero a carico del beneficiario della disponibile.

Proposto appello contro la sentenza la Corte competente, con la pronuncia n. 496 del 2018, la riformava solo in parte aumentando la misura dei beni relitti, ma confermando il resto con rigetto del motivo d’appello con il quale i figli avevano denunciato che le ulteriori donazioni del coniuge erano state conteggiate solo ai fini della riduzione e che il Tribunale aveva omesso di pronunciarsi sulla istanza di collazione delle stesse donazioni.
Secondo la Corte d’appello, tale omissione di pronuncia non sussisteva effettivamente, perché in assenza di domanda di collazione per natura, il procedimento seguito dal Tribunale costituiva conseguenza della collazione per imputazione.

Per la cassazione della sentenza di secondo grado, due dei figli hanno proposto ricorso alla Suprema Corte sulla base di un unico motivo, a cui resisteva il coniuge del de cuius con controricorso.
Il motivo di ricorso riguardava il fatto che, secondo i ricorrenti, collazione e riduzione sono due istituti diversi che possono e devono operare congiuntamente. Infatti, mentre la riduzione colpisce la donazione solo nei limiti dell’eccedenza sulla disponibile, per effetto della collazione, invece le donazioni vanno ad accrescere la massa dividenda per l’intero e quindi i coeredi hanno diritto di concorrere sulle donazioni posteriori anche oltre la parte oggetto di riduzione.
La Suprema Corte ha esaminato con grande attenzione la questione ed ha ritenuto di accogliere il ricorso sull’unico motivo presentato.
Sul punto, a dire del Collegio, la Corte d’Appello ha confuso il conteggio delle donazioni non considerando il diverso modo di operare della collazione, anche quando fatta per imputazione, e della azione di riduzione. La riduzione, infatti, sacrifica i donatari nei limiti di quanto occorra per reintegrare la legittima lesa ed è quindi imperniata sul rapporto tra legittima e disponibile, mentre la collazione, nei rapporti indicati nell’art. 737 c.c., pone il bene donato, in proporzione della quota ereditaria di ciascuno, in comunione tra i coeredi che siano il coniuge o i discendenti del de cuius, donatario compreso, senza alcun riguardo alla distinzione tra legittima e disponibile.
Inoltre, anche quando sia fatta per imputazione, la collazione rimane distinta dalla riunione fittizia delle donazioni. Entrambe lasciano i beni donati nel patrimonio del donatario, ma mentre la riunione fittizia resta comunque una pura operazione contabile, la collazione attuata per imputazione si traduce comunque in un sacrificio a carico del conferente, il quale subisce il maggior concorso dei coeredi sui beni relitti.
La collazione, peraltro, obbliga i coeredi accettanti a conferire nell’asse ereditario i beni ricevuti con le donazioni e quindi può raggiungere il risultato di eliminare le eventuali lesioni di legittima realizzate attraverso tali atti.

Secondo la Suprema Corte, in conclusione, “quando una donazione soggetta a collazione sia contemporaneamente lesiva della legittima, la tutela offerta dalla azione di riduzione, vittoriosamente esperita contro il coerede donatario, non assorbe gli effetti della collazione, che opererà in questo caso consentendo al legittimario di concorrere pro quota sul valore della donazione ridotta che eventualmente superi l’ammontare della porzione indisponibile della massa”.

Cass., Sez. II, 10 dicembre 2020, n. 28196

Simona Longoni – s.longoni@lascalaw.com

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