Il Manuale Utente delle comunicazioni oggettive

Domanda di ripetizione su conto corrente aperto e onere della prova

Il tribunale di merito nuovamente ha ribadito l’improponibilità della domanda di ripetizione di indebito in ragione dell’apertura del c/c nonché l’onere della prova posto in capo all’attore sulla domanda di nullità delle clausole del contratto di c/c.
Con una recentissima sentenza (n. 446, pubblicata il 14/3 u.s.) il Tribunale di Agrigento è tornato a ribadire che, quando il conto corrente è ancora aperto, l’interesse del cliente deve trovare normale soddisfazione nel ricalcolo dell’effettivo saldo, depurato degli eventuali addebiti nulli; la domanda di nullità può, quindi, essere sempre proposta anche in costanza di rapporto, ma al solo fine di ottenere una pronuncia meramente dichiarativa, volta a rettificare – se del caso – in favore del correntista le risultanze del saldo del conto stesso .
In materia di accertamento del credito, quindi, se le operazioni solutorie – che ben possono essere ritenute veri e propri pagamenti – sono ripetibili pur in presenza di conti ancora aperti mentre lo stesso non può dirsi per le operazioni non solutorie per cui, in assenza di allegazioni volte alla dimostrazione della concreta effettuazione di versamenti solutori l’azione ripetitoria dovrà essere, nel suo complesso, dichiarata improcedibile.
Nel caso in cui, quindi, il correntista agisca in giudizio per ottenere l’accertamento negativo del debito nei confronti dell’istituto bancario, lamentando il pagamento di somme indebitamente percepite dalla banca a titolo di interessi anatocistici e/o usurari, oltre che di commissioni e spese asseritamente non dovute, incombe sullo stesso, ex art. 2697 c.c., l’onere di provare – mediante la produzione, oltre che degli estratti di c/c relativi a tutto il periodo contrattuale, anche del contratto di conto corrente – i fatti posti a corredo della domanda, vale a dire dimostrare l’esistenza di specifiche poste passive del conto corrente oggetto di causa rispetto alle quali l’applicazione degli interessi anatocistici e/o usurari, oltre che di commissioni e spese asseritamente non pattuite, avrebbe determinato esborsi maggiori rispetto a quelli dovuti.
Ciò perché “L’onere probatorio gravante, a norma dell’art. 2697 c.c., su chi intende far valere in giudizio un diritto (…) non subisce deroga neanche quando abbia ad oggetto “fatti negativi”, in quanto la negatività dei fatti oggetto della prova non esclude né inverte il relativo onere, gravando esso pur sempre sulla parte che fa valere il diritto di cui il fatto, pur se negativo ha carattere costitutivo”(Cass. 7/5/2015, n. 9201) .
In particolare, la produzione del contratto di c/c è necessaria per accertare e verificare, tra le altre cose, il rispetto dei requisiti previsti dall’art. 117 TUB, la data della stipulazione – anche al fine di individuare la disciplina legislativa applicabile al caso concreto -, le condizioni cui era soggetto il rapporto bancario, ovverosia i tassi di interesse attivi e passivi applicati, l’anatocismo, le spese e le valute nonché le commissioni massimo scoperto e l’ammontare della somma capitale eventualmente affidata al correntista (Trib. Agrigento 14.3.2016).

Michela Crestanim.crestani@lascalaw.com

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