L’interesse è concreto. Se non ripeti, che interesse c’è?

Documenti informatici e fallimento: il tema della data certa

L’onere della prova non è in capo al creditore, ma a chi ha interesse a negare la certezza della validazione temporale.

Questo è il tenore della recentissima sentenza (depositata il 23 maggio scorso) della Suprema Corte n. 12939/2017 che ha individuato nella persona del curatore fallimentare il soggetto onerato nell’ambito di un giudizio di opposizione allo stato passivo.

Secondo quanto statuito dalla Suprema Corte, se, da un lato è vero che l’art. 20, comma 3, cod. amm. digitale prevede che la data e l’ora del documento informatico siano opponibili ai terzi solo «se apposte in conformità alle regole tecniche sulla validazione temporale», è anche vero che l’accreditamento e la conseguente iscrizione della società certificatrice nell’apposito elenco pubblico tenuto dal CNIPA, comporterebbe necessariamente una presunzione di conformità della sua attività a dette regole. Ai sensi dell’art. 29, comma 2, c.a.d. (nel suo testo ante riforma del 2016 in quanto, ratione temporis,  il d.lgs. 26 agosto 2016, n. 179 non è applicabile), infatti, chi richiede tale l’accreditamento deve impegnarsi a rispettare le regole ivi imposte. Viceversa i giudici hanno correttamente evidenziato come l’accreditamento da parte della pubblica autorità perderebbe qualsivoglia tipo di utilità.

In conseguenza di ciò, il curatore del fallimento che decida di dedurre l’asserita violazione, da parte della società certificatrice, delle regole tecniche in sede di certificazione, deve assumersene l’onere probatorio, sempre e comunque nel rispetto dell’art. 394, ultimo comma, c.p.c. dal quale discende  la tardività e, dunque, l’impossibilità di procedere all’allegazione, per la prima volta, in sede di rinvio di tali contestazioni.

La determinazione assunta dalla Suprema Corte non sembra collidere nemmeno con il principio di rilevabilità d’ufficio dell’eventuale difetto di data certa dei documenti prodotti da un creditore a sostegno della propria istanza di ammissione al passivo; infatti nel caso in questione non era più in discussione l’attribuzione della data certa ai contratti di leasing insinuati al passivo (su cui si era formato un giudicato interno), ma la sola veridicità della certificazione.

Cass., Sez. I Civile, 23 maggio 2017, n. 12939/17

Michela Crestani – m.crestani@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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