Il divieto di non concorrenza del socio uscente

Il divieto di non concorrenza del socio uscente

Il Tribunale di Bologna, con sentenza n. 172/2019 pubblicata il 21 gennaio scorso, è intervenuto, tra l’altro, sul tema del divieto di concorrenza in capo al cedente di quote di partecipazioni sociali, affermando come debba considerarsi legittima la delibera che consenta al socio uscente di esercitare attività concorrenziale, in assenza di una limitazione statutaria o pattizia (nell’atto di cessione quote) e, in ogni caso, di un divieto previsto ex lege.

La disciplina delle società di capitali non prevede (diversamente dalla disciplina della società in nome collettivo v. art. 2301 c.c.), infatti, un generale divieto di concorrenza per il socio uscente.

Tale divieto in effetti potrebbe poggiare solo sulla estensione analogica dell’art. 2557 c.c.” (il quale prevede che “chi aliena l’azienda deve astenersi, per il periodo di cinque anni dal trasferimento, dall’iniziare una nuova impresa che per l’oggetto, l’ubicazione o altre circostanze sia idonea a sviare la clientela dell’azienda ceduta. Il patto di astenersi dalla concorrenza in limiti più ampi di quelli previsti dal comma precedente è valido, purché non impedisca ogni attività professionale dell’alienante. Esso non può eccedere la durata di cinque anni dal trasferimento. Se nel patto è indicata una durata maggiore o la durata non è stabilita, il divieto di concorrenza vale per il periodo di cinque anni dal trasferimento. Nel caso di usufrutto o di affitto dell’azienda il divieto di concorrenza disposto dal primo comma vale nei confronti del proprietario o del locatore per la durata dell’usufrutto o dell’affitto. Le disposizioni di questo articolo si applicano alle aziende agricole solo per le attività ad esse connesse, quando rispetto a queste sia possibile uno sviamento di clientela”).

Più precisamente, la disciplina che precede, pur avendo ad oggetto la cessione d’azienda, si applicherebbe – secondo la consolidata giurisprudenza della Suprema Corte – anche alla cessione di quote di partecipazione in una società di capitali, qualora tale cessione abbia realizzato un “caso simile” all’alienazione d’azienda e comporti, sostanzialmente, la sostituzione di un soggetto ad un altro nell’azienda ed il rischio di distrazione di clientela (si veda Cass. n. 14471/2014, secondo cui “in tema di divieto di concorrenza, l’art. 2557 cod. civ. non ha natura eccezionale poiché non è diretto a derogare al principio di libera concorrenza, ma solo a disciplinare, nel modo più congruo, la portata degli effetti connaturali al rapporto contrattuale intercorso tra le parti, sicché ne è consentita l’estensione analogica all’ipotesi del cedente l’azienda che abbia poi intrapreso un’attività commerciale concorrente avvalendosi della partecipazione in un’impresa familiare per dissimulare la propria posizione” (cfr anche Cass. 27505/08; Cass. 9682/00; Cass. 1643/98; Cass. 549/97).

In estrema sintesi, la cessione di quote di partecipazioni – quando ha ad oggetto la totalità delle partecipazioni o, comunque, una quota di esse che consenta il controllo e la conduzione dell’azienda – comporta un trasferimento indiretto dell’azienda, in quanto di fatto realizza lo stesso risultato finale (titolarità e conduzione dell’azienda in capo ad un soggetto diverso da quello ante trasferimento), potendosi pertanto venire a creare un pericolo anche dal punto di vista concorrenziale per l’acquirente.

Sul punto il Tribunale ha così statuito “nella fattispecie non è neppure allegata la ricorrenza di situazione di tal fatta. Dunque la delibera impugnata non è contraria alla legge o all’atto costitutivo, e neppure ha oggetto illecito, cosicchè l’impugnazione proposta è infondata e deve essere respinta”.

Tribunale di Bologna, 21 gennaio 2019, n. 172

Maria Giulia Furlanetto – m.furlanetto@lascalaw.com

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