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Divergenze tra preliminare e definitivo di compravendita di partecipazioni sociali: l’indagine della volontà delle parti

Il Tribunale di Milano, Sezione specializzata in materia di impresa, con sentenza n. 7221 del 10 giugno 2016, si è occupato dei criteri interpretativi del contratto di compravendita di partecipazioni sociali in presenza di un contrasto tra il contratto preliminare e quello definitivo. Si chiedeva l’intervento del Giudice, al fine di individuare quale fosse la fonte dei diritti ed obblighi del negozio giuridico voluto dalle parti.

Il caso di specie riguardava, in particolare, la cessione di un appartamento di proprietà di una società in nome collettivo attuata attraverso un complesso meccanismo di vendita di tutte le quote sociali, previa cessione di tutti i beni di proprietà della società stessa, ad esclusione del predetto appartamento. L’operazione era sostanzialmente volta ad evitare l’elevata plusvalenza tassabile che si sarebbe generata a carico della società e dei soci in caso di vendita diretta dell’immobile.

All’esito della cessione delle partecipazioni sociali si era generata, tuttavia, a carico della società una plusvalenza tassabile che aveva comportato l’attribuzione, in capo alla società acquisita, di un certo reddito di impresa ed il conseguente obbligo di pagamento a titolo di imposta.

Stando così le cose, gli acquirenti avevano agito in giudizio contro gli ex soci chiedendo la refusione di dette imposte, sulla base delle specifiche previsioni contrattuali pattuite sul punto.

A tale riguardo, occorre evidenziare che, nel contratto preliminare, le parti avevano inserito una serie di specifici impegni e garanzie per cui i soci promittenti venditori si sarebbero accollati ogni eventuale tassa e/o tributo derivante dalla cessione dei beni sociali, nonché il conseguente impegno dei promittenti venditori a tenere indenni i promissari acquirenti da ogni eventuale richiesta anche di enti e autorità per fatti e accadimenti riferibili al periodo antecedente il contratto definitivo.

Nel contratto definitivo, invece, le parti avevano previsto solo una generica garanzia di assenza di passività effettive o potenziali, ovvero impegni ulteriori rispetto a quanto risultante dalle scritture contabili della società.

Occorreva, pertanto, stabilire quale dei due contratti (preliminare o definitivo) potesse dirsi la fonte negoziale tra le parti, anche alla luce di un’indagine sull’effettiva volontà delle parti medesime: le parti, cioè, avevano voluto prevedere una mera garanzia generica, così abbandonando le precedenti previsioni (che sarebbero quindi decadute), o si trattava di una dimenticanza non voluta che avrebbe dovuto far sopravvivere previsioni non trasferite nel definitivo?

In argomento è intervenuta la Corte di Cassazione il cui orientamento maggioritario propende per la prevalenza del definivo sul preliminare, per cui è precluso alle parti il diritto di invocare garanzie inserite nel preliminare e non trasferite nel definitivo, rimanendo quest’ultimo, una volta stipulato, l’unica fonte delle obbligazioni e dei diritti inerenti il negozio voluto, salvo che le parti non abbiano espressamente previsto che queste sopravvivano (ex multis Cass. 15585/07, Cass. 2824/03, Cass. 10210/94, Cass. 6402/94, Cass. 1993/89, Cass. 1196/82). Ciò in quanto il contratto preliminare, determinando soltanto l’obbligo reciproco della stipulazione del contratto definitivo, verrebbe superato da quest’ultimo la cui disciplina può anche risultare non conforme alle previsioni del primo.

Il Giudice meneghino, invece, confermando una giurisprudenza contraria (Cass. 22984/14, Cass. 7206/99), ha affermato come sia importante – ai fini dell’indagine de qua – verificare l’effettiva volontà delle parti in base agli elementi desumibili dal contratto preliminare e dal contratto definitivo, nonché agli elementi offerti dalle parti, secondo i criteri dell’art. 1362 c.c..

Diversamente dal principio dell’assorbimento (recepito dall’orientamento maggioritario sopra menzionato) – che è stato elaborato con riferimento ai contratti di compravendita immobiliare ove prevale la prassi di prevedere nell’atto traslativo definitivo garanzie particolari e diverse rispetto a quelle contenute nel preliminare – l’indagine sulla volontà delle parti contraenti risulta infatti utile “tanto più quando ci si trovi di fronte non ad un contratto di vendita immobiliare ma, come nella specie, ad accordi prodromici al trasferimento di partecipazioni societarie, ove l’insufficienza a dirimere secondo legge le successive controversie” mediante il “solo riferimento al c.d. principio dell’assorbimento appare spesso di particolare evidenza”.

Alla luce di tutto quanto sopra, quindi, il Giudice ritenendo non assorbite nel caso di specie le pattuizioni contenute nel preliminare nel contratto definitivo, ha accertato l’obbligo degli ex soci venditori di farsi carico delle plusvalenze generatesi dall’operazione societaria ed ha condannato gli stessi a rifondere agli acquirenti gli importi pagati, oltre interessi legali e spese di giudizio.

Orsolina Fortini – o.fortini@lascalaw.com

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