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Fusione tra fondazioni. Quale la disciplina applicabile?

Il Tribunale di Roma, con la sentenza del 25 gennaio 2016, affronta gli aspetti che coinvolgono il procedimento di fusione tra due fondazioni.

Il Tribunale chiarisce come “nei limiti della compatibilità e tenendo sempre a mente le differenze strutturali e di scopo fra le società e gli enti ‘non societari’ ed in particolare le fondazioni, va ammessa l’applicazione analogica della disciplina in tema di fusione di società all’ipotesi di fusione di fondazioni”.

Ferma rimanendo la scarna disciplina degli enti non societari prevista dal codice civile nel libro primo, e in particolare in tema di fondazioni, viene chiarito come il procedimento di fusione debba il più possibile modellarsi a quanto previsto dal Legislatore negli artt. 2501 e ss c.c..

In particolare si ritiene necessaria la redazione del progetto di fusione ex art. 2501 ter c.c. (salvo quanto in seguito precisato), la redazione della relazione dell’organo amministrativo ex art. 2501 quinquies c.c. volta ad illustrare e giustificare sotto il profilo economico e giuridico il progetto di fusione e la redazione della situazione patrimoniale ex art. 2501 quater c.c..

Quest’ultima è sicuramente necessaria per permettere all’autorità governativa di compiere una valutazione circa l’adeguatezza del patrimonio della fondazione risultante dalla fusione, allo scopo che la fondazione stessa si prefigge, come espressamente previsto dall’art 1 comma 3 del D.P.R. 361 del 2000, funzionale per l’iscrizione della fusione nel registro delle persone giuridiche della modifica statutaria.

In ulteriore applicazione alla disciplina codicistica dettata in tema di fusione, si dovrà provvedere poi al deposito degli atti presso le sedi degli enti interessati all’operazione, ex art. 2501 septies c.c..

Diversamente, l’Organo Giudicante ha evidenziato come non sia possibile l’applicazione dell’art. 2501 ter, comma 1, n.3, c.c. che indica nel contenuto del progetto di fusione come necessaria l’indicazione del rapporto di cambio delle azioni o quote. A ben vedere infatti, essendo l’ente risultante dalla fusione una fondazione, non vi sarà alcuna proporzionalità di partecipazione al capitale sociale da rispettare data l’assenza di quote assegnate ai soci.

Per le medesime considerazioni non si ravvisa la necessità dell’introduzione nel progetto di fusione di quanto richiesto dall’art. 2501 ter, comma 1, n. 4) 5) 6) 7) e 8) c.c che qui si intende richiamato.

Allo stesso modo la relazione degli amministratori ex art. 2500 quinquies non dovrà contenere l’indicazione prevista dal secondo comma circa i criteri di determinazione del rapporto di cambio con la segnalazione di eventuali difficoltà di valutazione. Come logico corollario di detta premessa si rileva come non sarà neppure necessaria la relazione degli esperti ex art. 2501 sexies c.c. vista l’assenza del rapporto di cambio.

Data, di regola, la mancanza di un organo assembleare e deliberativo nelle fondazioni, non sarà neppure applicabile l’art. 2502 c.c. che attribuisce all’assemblea dei soci l’approvazione del progetto di fusione: tale potere di approvazione spetterà pertanto all’organo amministrativo dei vari enti interessati. Analogamente, chiarisce il Tribunale di Roma, “la mancata delibera assembleare sembra dover comportare l’inapplicabilità anche della previsione di cui all’art. 2502 bis c.c., in tema di pubblicazione della deliberazione di fusione nel Registro delle Imprese, e dell’art. 2503 c.c., in tema di opposizione dei creditori.”

L’operazione sarà pertanto efficace quando, in conformità a quanto previsto dal combinato disposto degli artt. 1 e 2 del D.P.R. 361/2000, la modifica statutaria sarà iscritta nel registro delle persone giuridiche da parte del prefetto, previo vaglio di legittimità da parte di quest’ultimo, in funzione latu sensu omologatoria.

Tribunale di Roma, Sez. III, 25 gennaio 2016 (leggi la sentenza)

Matteo Marcianom.marciano@lascalaw.com

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