Vado a stare da papà

Se bastasse la campagna di richiamo, pioverebbero i risarcimenti

La campagna di richiamo, avviata dalla società automobilistica a causa di un problema nel meccanismo dell’autovettura, non costituisce una prova sufficiente a ritenere accertato il nesso di causalità tra il difetto e l’incidente.

È quanto precisato dalla III Sezione civile della Cassazione, in una recentissima ordinanza.

Nel caso di specie i familiari di una donna, deceduta a seguito di un incidente, avevano convenuto in giudizio l’azienda automobilistica, produttrice dell’autovettura, asserendo che l’incidente mortale della congiunta era stato causato da un problema al meccanismo del pedale dell’acceleratore; problema, peraltro, segnalato proprio dalla convenuta poco tempo prima, in occasione di una campagna di richiamo.

Una tesi che non ha convinto né i Giudici della Corte d’Appello competente, né della Cassazione che, chiamati a pronunciarsi sulla questione, hanno colto l’occasione per ricordare che “la responsabilità del prodotto difettoso ha natura non già oggettiva bensì presunta, in quanto prescinde dall’accertamento della colpevolezza del produttore ma non anche della dimostrazione dell’esistenza di un difetto del prodotto e, alla luce del cosiddetto Codice del Consumo, tocca al soggetto danneggiato dare la prova del collegamento causale, non già tra prodotto e danno, bensì tra difetto e danno”.

Solo ove tale prova venga offerta dal soggetto leso, tocca poi al produttore “fornire la cosiddetta prova liberatoria, consistente nella dimostrazione che il difetto non esisteva nel momento in cui il prodotto veniva posto in circolazione o che all’epoca non era riconoscibile in base allo stato delle conoscenze tecnico scientifiche”.

Ebbene, secondo la Suprema Corte, nel caso in esame, gli accertamenti compiuti dal consulente tecnico nominato dal Giudice di primo grado avevano fatto solo ipotizzare la possibilità di un bloccaggio del pedale ma non avevano fatto emergere una certezza assoluta su tale ipotesi, posto che non era stato possibile esprimere un giudizio sull’usura del pezzo, né verificare, in particolare, se il meccanismo di blocco, rilevato dalla società produttrice quale difetto alla base della campagna di richiamo, potesse avvenire – e fosse avvenuto – anche in presenza di un’usura minima.

In conclusione, secondo la Cassazione, il fatto che, nel concreto, non fosse stata raggiunta la dimostrazione assoluta circa la difettosità del prodotto, doveva condurre al rigetto della domanda di risarcimento avanzata dai familiari della vittima.

E ciò seppure la società produttrice avesse avviato una campagna di richiamo in relazione al medesimo difetto lamentato dai familiari della vittima.

A maggior ragione considerando che, un attento esame di tutte le circostanze del caso, portava a ritenere che la causa dell’incidente fosse da imputare all’eccessiva velocità con la quale la vittima aveva percorso la curva della strada.

Cass., Sez. III, Ord., 7 aprile 2022, n. 11317

Federica Vitucci – f.vitucci@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Costruzione di nuovi edifici: la relazione energetica non vincola l’appaltatore

È un conflitto che appare ancora ben lontano dalla risoluzione quello che, da anni, anima il panor...

Responsabilità Civile

A volte ritornano: il conflitto di interessi dell’amministratore di società

La X Sezione del Tribunale di Milano ha confermato che il gestore della palestra non risponde di fu...

Responsabilità Civile

Costruzione di nuovi edifici: la relazione energetica non vincola l’appaltatore

Se la celebre canzone è dedicata all'unica donna che partecipò al Giro d'Italia del 1924, nella v...

Responsabilità Civile

X