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Quando il risarcimento va in “fumo”

In tema di danni da fumo, la Corte d’Appello di Roma ha chiaramente stabilito che, ai sensi dell’ex art. 2043 c.c. ed ex art. 2050 c.c., uno smisurato consumo giornaliero di sigarette è sufficiente ad escludere ogni responsabilità dell’Agenzia Dogane e Monopoli di Stato per i danni alla salute.

Un fumatore accanito, a cui era stato diagnosticato nel 2006 una grave malattia polmonare provocatogli dal fumo di combustione di sigarette, conveniva avanti al Tribunale di Roma l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli la quale, all’esito del giudizio di primo grado, veniva condannata al pagamento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali in favore dell’attore.

La Corte d’Appello ribalta la pronuncia ritenendola non condivisibile, con la conseguenza che la domanda attrice viene respinta.

La Corte osserva che secondo la giurisprudenza di legittimità nell’accertamento della responsabilità civile il primo presupposto da verificare è l’esistenza del nesso eziologico tra quello che si assume essere il comportamento potenzialmente dannoso ed il danno che si assume esserne derivato.

Una volta verificato che il nesso non sussiste non ha più rilevanza né l’accertamento di un’eventuale colpa, né l’accertamento di un’eventuale responsabilità c. d. speciale.

Rispetto al caso in commento, in applicazione del principio della “causa prossima di rilievo” costituito da un atto di volizione libero, consapevole ed autonomo di soggetto dotato di capacità di agire, quale, appunto, la scelta di fumare nonostante la notoria nocività del fumo, detto nesso causale non può ritenersi sussistente.

Nel caso di specie non può essere condivisa la valutazione operata dal Tribunale, essendo pacifico che l’attore aveva cominciato a fumare nel lontano 1994, indotto in errore «dalla circostanza che la pubblicità delle sigarette c. d. light lo aveva spinto a ritenere che la dicitura light comportasse un’apprezzabile attenuazione della potenzialità nociva delle componenti del prodotto, che sarebbe stata assicurata da una riduzione quantitativa e non qualitativa dei principi attivi più pericolosi», e incrementandone il consumo fino all’anno 2000 con 30 sigarette al giorno.

La Corte ha quindi ritenuto irrilevante la circostanza che la suddetta pubblicità lo avesse in qualche modo spinto ad aumentare le sigarette fumate con conseguente esclusione della sussistenza del collegamento causale tra malattia e consumo delle sigarette “light”, aumentato nel tempo.

Ciò in base anche al fattore che in Italia si era al corrente già dagli anni ’70 della pericolosità e delle conseguenze dannose alla salute provocate dal fumo.

Non potendosi, inoltre, sostenere che «la nicotina annulli la capacità di autodeterminazione del soggetto, “costringendolo” a fumare, senza possibilità di smettere, dai due ai quattro pacchetti al giorno».

Consulta l’infografica

Corte d’App. Roma, Sez. I, 6 maggio 2021, n. 3376

Valeria Bano – v.bano@lascalaw.com

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