Contenzioso finanziario

Diritto di recesso ex articolo 30 TUF

Si poteva pensare che la questione relativa alla applicabilità dell’art. 30, comma VI e VII, del Dlgs 58/1998 fosse superata in ragione della recente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione (n. 2065/2012), nella quale era stato efficacemente (ed in maniera assai articolata) affrontato il problema della interpretazione della norma e della sua ratio.

Invece, quasi come un “fulmine a ciel sereno”, la Suprema Corte ha deciso di investire le Sezioni Unite (con ordinanza interlocutoria n. 10376/2012) al fine di chiarire quale sia l’interpretazione da dare alla norma e, quindi, venga ulteriormente verificato se il diritto di recesso sia applicabile o meno al caso di mera negoziazione di ordini su strumenti finanziari.

Rileva, in particolare, la Corte rimettente l’esistenza di due orientamenti diacronici, che pongono in luce, da un lato, una lettura estensiva e, dall’altro lato, una lettura restrittiva della norma: la prima comporterebbe l’applicazione dell’art. 30, comma VI e VII, Dlgs 58/1998 anche al caso di negoziazione di strumenti finanziari sottoscritti fuori sede, mentre la seconda imporrebbe l’applicazione della predetta norma solamente al caso del collocamento e della gestione su base individuale di un portafogli di investimento sottoscritti fuori sede.

Come detto, nell’ordinanza viene fatta menzione della pronuncia n. 2065/2012 della Corte di Cassazione, con la quale era stato affermato il principio secondo cui “la disciplina del recesso, dettata dall’art. 30, comma 6, d.lg. 24 febbraio 1998 n. 58 con riguardo alle offerte fuori sede concernenti il collocamento di strumenti finanziari, è inapplicabile ai contratti di negoziazione di obbligazioni eseguiti in attuazione di un contratto-quadro, sottoscritto fra la banca e il cliente, in quanto tali contratti non costituiscono un servizio di collocamento, che si caratterizza per l’esistenza di un accordo tra l’emittente (o l’offerente) e l’intermediario collocatore, finalizzato all’offerta ad un pubblico indeterminato di strumenti finanziari, emessi a condizioni di tempo e prezzo predeterminati, ed, inoltre, il legislatore ha limitato la tutela dello ius poenitendi agli investitori che abbiano definito l’investimento per essere stati raggiunti all’esterno dei luoghi di pertinenza del proponente e, quindi, siano stati esposti al rischio di assumere decisioni poco meditate”.

Viene, tuttavia, invocata – quale voce contraria – la sentenza n. 1584/2012 della Corte di Cassazione, secondo cui “il piano finanziario denominato “4you” si risolve in una combinazione di contratti, nella specie aventi ad oggetto titoli obbligazionari e quote di fondi comuni di investimento, che dà vita ad una complessiva fattispecie negoziale autonoma, riconducibile alla categoria degli strumenti finanziari di cui all’art. 1 del D.lgs n. 58/1998 e assoggettata alla relativa disciplina, anche per quanto riguarda l’obbligo, in caso di offerta fuori sede di cui all’art. 30 dello stesso decreto, di indicare nei moduli o formulari, a pena di nullità del contratto, la facoltà di recesso”.

È il caso di rilevare il fatto che, però, della questione era già stata investita la Suprema Corte in epoca precedente alla remissione alle Sezioni Unite.

A tal fine occorre sottolineare che, con sentenza n. 4564/2012, la Corte di Cassazione aveva affrontato il problema della interpretazione dell’art. 30 del TUF ed aveva confermato l’orientamento restrittivo enunciato nella sentenza n. 2065/2012, secondo cui “in materia di servizi d’investimento, l’art. 1, comma 5, del testo unico delle disposizioni in materia d’intermediazione finanziaria (Tuf) ne chiarisce la natura di singole specie, rientranti in un unico genere, che fruiscono di una disciplina tra loro comune, ma talvolta differenziata in relazione al particolare tipo di servizio, onde, in applicazione del criterio d’interpretazione letterale, laddove l’art. 30, comma 6, dello stesso testo unico si riferisce ai contratti di collocamento di strumenti finanziari o di gestione di portafogli individuali, intende dettare una disciplina peculiare, come tale limitata a siffatte tipologie di contratti con esclusione degli altri elencati nel citato art. 1, ivi compresa la negoziazione di titoli. Ne consegue che le disposizioni, con cui è stabilito che nei moduli o formulari consegnati all’investitore debba essere indicata, a pena di nullità, la possibilità per l’investitore di recedere dal contratto di collocamento di strumenti finanziari o di gestione di portafogli individuali conclusi fuori sede nel termine di sette giorni dalla sottoscrizione, e che entro detto termine l’efficacia del contratto rimanga sospesa, trovano applicazione solo con riferimento alle suddette tipologie contrattuali”.

Tale pronuncia non è stata presa in esame nell’ordinanza di remissione e, dunque, potrebbe darsi che il mancato vaglio da parte della Corte di Cassazione ha irrimediabilmente interferito nelle considerazioni svolte nel provvedimento in esame, anche tenuto conto della linearità delle motivazioni assunte a supporto del precetto sopra enunciato da parte della Suprema Corte.

Da ultimo, vi sarebbe da citare qui la comunicazione n. DIN/12030993 del 19 aprile 2012, con cui la Consob aveva chiarito che l’ambito di applicazione del c.d. ius poenitendi risulta delimitato rispetto alla più generale sfera di riferimento dell’offerta fuori sede, con la conseguenza che il c.d. diritto di ripensamento ex art. 30, comma 6, TUF deve ritenersi applicabile ai soli contratti (e le proposte contrattuali) di collocamento di strumenti finanziari e di gestione di portafogli individuali.

(Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com)

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