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Licenziamento della lavoratrice madre: quando è legittimo?

La normativa in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità vieta il licenziamento delle lavoratrici madri fino al compimento di un anno di età del bambino, con la precisazione che il divieto non si applica nei seguenti casi:

  • colpa grave da parte della lavoratrice, costituente giusta causa per la risoluzione del rapporto di lavoro;
  • cessazione dell’attività dell’azienda cui essa è addetta;
  • ultimazione della prestazione per la quale la lavoratrice è stata assunta o di risoluzione del rapporto di lavoro per la scadenza del termine;
  • esito negativo della prova; fermo restando il divieto di discriminazione.

Il recesso dal rapporto di lavoro intimato dal datore di lavoro in violazione del predetto divieto è nullo.

Tanto premesso, la giurisprudenza si è più volte occupata di fornire chiarimenti in relazione alle ipotesi (sopra menzionate e che costituiscono un catalogo tassativo) in cui è consentito licenziare la dipendente madre di un bimbo di età inferiore ad un anno.

In particolare, relativamente alla colpa grave della lavoratrice costituente giusta causa di risoluzione del rapporto, la giurisprudenza di legittimità ha osservato che tale colpa non può ritenersi integrata dall’accertata sussistenza di una giusta causa oppure di un giustificato motivo soggettivo di licenziamento, risultando invece necessario verificare se sussista quella colpa specificamente prevista dalla legge e connotata, appunto, dalla gravità.

Nello stesso senso, anche la giurisprudenza di merito ha rilevato che il concetto di colpa grave costituisce ipotesi più specifica e, appunto, più grave di quella prevista dall’art. 2119 del codice civile, con la conseguenza che non è sufficiente l’esistenza di una delle fattispecie che in linea generale o in forza del C.C.N.L. consentirebbero, in circostanze normali, il licenziamento.

In altri termini, la condotta della lavoratrice madre deve possedere una riprovevolezza intrinseca o colpa morale tale da superare la considerazione in cui devono essere tenute le condizioni psico-fisiche della donna gestante, la quale si trova a vivere una rivoluzione dei propri ritmi di vita con ineliminabili effetti nell’immediata vita di relazione, compresa l’attività lavorativa.

A tali orientamenti ha aderito, di recente, anche il Tribunale di Brescia, che ha dichiarato nullo il licenziamento intimato ad una lavoratrice madre che era stata assente senza giustificato motivo per cinque giorni consecutivi.

Più precisamente, il giudice ha censurato il comportamento datoriale, in quanto:

  • non vi erano stati riferimenti al fatto che la condotta della prestatrice potesse, in qualche modo, aver integrato gli estremi di una colpa grave;
  • non erano state illustrate le ragioni secondo cui sarebbe stato inoperante il divieto legale di licenziamento;
  • vi era stato un mero richiamo alle previsioni dello Statuto dei Lavoratori e al CCNL di settore, non tenendo in debita considerazione il carattere peculiare ed autonomo dei casi di colpa grave richiesto ai fini del licenziamento della lavoratrice madre.

Pertanto, atteso che la società non aveva allegato né provato la sussistenza di un’ipotesi in deroga al divieto di licenziamento in questione, il giudice ha accolto la domanda di reintegra nel posto di lavoro della lavoratrice.

In definitiva, situazioni che di norma legittimerebbero il licenziamento disciplinare, anche senza preavviso, di qualsiasi dipendente, non sono sufficienti ai fini della risoluzione del rapporto di lavoro con le lavoratrici madri le quali, in ragione della particolare condizione psico-fisica che si trovano ad affrontare sia durante che dopo la gravidanza, godono di particolari tutele.

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Trib. Brescia, Ord., 6 settembre 2021

Rachele Spadafora – r.spadafora@lascalaw.com

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