La mediazione è obbligatoria anche per il fideiussore?

Il datore di lavoro può recuperare dal pc aziendale i dati cancellati intenzionalmente dal dipendente?

La risposta al quesito si trova in una recente sentenza della Corte di Cassazione, la quale ha chiarito come devono essere bilanciati il diritto di difesa e la tutela della riservatezza della corrispondenza.

La pronuncia in esame trae origine dalla seguente vicenda.

Un dipendente (nella fattispecie un dirigente), dopo la cessazione del rapporto di lavoro, riconsegnava i dispositivi aziendali svuotati di tutti i dati.

Il datore di lavoro, a questo punto, si rivolgeva ad un perito informatico per recuperare una serie di conversazioni dall’account Skype privato del lavoratore utilizzato da quest’ultimo anche per lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Dalle conversazioni acquisite emergeva che il dipendente aveva commesso una serie di violazioni degli obblighi di fedeltà e diligenza, tra cui, in particolare: fornitura di ingenti quantità di prodotti gratuitamente o a prezzo di costo, instaurazione di relazioni con soggetti in concorrenza; rivelazione a terzi di informazioni tecniche sui metodi di produzione aziendali; partecipazione a prove tecniche di campioni di prodotto concorrente; omessa segnalazione ai vertici aziendali della perdita di clientela e di calo di fatturato e così via.

Ebbene, per la Corte territoriale gli elementi recuperati dall’Azienda dovevano ritenersi inutilizzabili e illegittimamente acquisiti.

Infatti, ad avviso della Corte di Appello, i comportamenti del datore di lavoro, in difetto di consenso dell’interessato, non erano giustificabili in ragione dell’assenza di attualità e diretta strumentalità all’esercizio o alla tutela di un diritto in sede giudiziaria.

Tale interpretazione non ha convinto la Corte di cassazione, secondo la quale, al contrario, la produzione in giudizio di documenti contenenti dati personali è sempre consentita ove sia necessaria per esercitare il proprio diritto di difesa, anche in assenza del consenso del titolare e quali che siano le modalità con cui è stata acquisita la loro conoscenza.

Quanto alla sua estensione, la Corte ha osservato che il diritto di difesa non è limitato alla pura e semplice sede processuale, estendendosi a tutte quelle attività dirette ad acquisire prove in essa utilizzabili, ancor prima che la controversia sia stata formalmente instaurata mediante citazione o ricorso.

In definitiva, la legittimità della produzione in giudizio di documenti di questo tipo va valutata in base al bilanciamento tra il contenuto del dato utilizzato, cui va correlato il grado di riservatezza, con le esigenze di difesa, tenendo presente che il diritto di difesa in giudizio prevale su quello di inviolabilità della corrispondenza.

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Cass., Sez. lav., 12 novembre 2021, n. 33809

Rachele Spadafora – r.spadafora@lascalaw.com

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