Fallimento entro l’anno? Occhio all'attività economica

Fallimento entro l’anno? Occhio all’attività economica

Ottenuta la cancellazione dal registro delle imprese, l’imprenditore individuale non può essere dichiarato fallito, ai sensi dell’art. 10, comma 2, L. Fall., fino a quando non sia decorso un anno dal suo completo e assoluto ritiro dall’attività economica.

E’ quanto stabilito dalla Suprema Corte che, con sentenza pubblicata in data 21 dicembre 2018, ha fatto chiarezza sull’operatività del limite di cui all’art. 10, comma 2 L. Fall. rispetto alla cessazione dell’attività di impresa.

Nel caso in esame i Giudici hanno cassato con rinvio la sentenza della corte d’appello con la quale era stato revocato il fallimento dell’imprenditore individuale a seguito del decorso del termine annuale dalla cancellazione dal registro delle imprese, nonostante questi avesse presentato domanda di ammissione al concordato preventivo.

La Corte ha ribadito in primo luogo che, ai fini della decorrenza del termine per la declaratoria di fallimento, il dies ad quem previsto dall’art. 10, comma 1, L.Fall., è quello della pubblicazione della sentenza di fallimento.

Pertanto, secondo il disposto in parola, la declaratoria di fallimento dovrà avvenire entro l’anno dalla cancellazione dell’impresa.

Ciò, anche, in considerazione della funzione assolta dalla procedura concorsuale che è quella di garantire la certezza delle situazioni giuridiche nonché l’affidamento dei terzi, che non verrebbero sufficientemente tutelate dalla semplice presentazione dell’istanza di fallimento.

In secondo luogo, in tema di cessazione dell’attività d’impresa, ha confermato quanto già espressamente asserito in altro arresto giurisprudenziale, laddove ha avuto cura di specificare che “il completo e assoluto ritiro dell’imprenditore non può dirsi realizzato se nella fase della liquidazione siano state compiute operazioni tali da rilevarsi come manifestazione di un’attività economica, sia pure svolta esclusivamente in funzione della disgregazione” (cfr. Cass. n. 15716 del 2000).

Ebbene, da quanto sopra si evince la sufficienza, ai fini dell’art. 10, comma 2, L. Fall., di un’attività anche di tipo meramente liquidatorio, purché qualificabile come economica, quale è appunto quella della presentazione di domanda di concordato preventivo, posto che trattasi di procedura che, in quanto diretta a regolare consensualmente la crisi o l’insolvenza dell’imprenditore, appare incompatibile con la totale cessazione dell’attività imprenditoriale che è diretta a regolare.

Ne discende, pertanto, che l’attività imprenditoria possa definirsi cessata solo a fronte di quel “completo e assoluto ritiro dell’imprenditore”.

Di qui la conclusione che, le iniziative assunte dall’imprenditore, benché cancellato dal Registro delle imprese, e tali da rendere evidente il compimento di operazioni economiche di tipo liquidatorio ne impediscano la declaratoria di fallibilità.

Cass., Sez. I Civ., 21 dicembre 2018, n. 33349

Luigia Cassotta – l.cassotta@lascalaw.com

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