Not in my name: il falsus procurator di società di capitali

Compravendita di partecipazioni ed errore sulla situazione patrimoniale della società

Nella compravendita di partecipazioni sociali, in mancanza di specifiche garanzie assunte dal venditore in ordine alla consistenza patrimoniale della società, la determinazione del prezzo è rimessa alla libera volontà delle parti, senza che assuma rilevanza, ai fini dell’annullamento o della risoluzione del contratto, l’errore in ordine al valore reale della quota che sia determinato dall’omissione di informazioni sulla situazione patrimoniale dell’ente, salvo che la condotta del venditore sia accompagnata da dolo.

Il titolare di una partecipazione in una società in nome collettivo aveva ceduto l’intera partecipazione ad un terzo, il quale, tuttavia, non provvedeva al pagamento del prezzo adducendo l’esistenza di debiti sociali non dichiarati, ovvero di ammontare notevolmente superiore rispetto a quanto dichiarato dal cedente, che avrebbero inciso in maniera determinante sul valore della quota.

Il cedente aveva adito così il Tribunale chiedendo la risoluzione del contratto di compravendita di partecipazioni sociali per grave inadempimento dell’acquirente; la domanda veniva accolta. La causa giungeva sino in Cassazione: in tale sede, il cessionario lamentava – in particolare – la mancata considerazione, da parte dei giudici di merito, della condotta reticente del venditore, che aveva dolosamente taciuto, in sede di trattative, l’esistenza di debiti sociali di entità tale da influire in misura rilevante sul valore della quota e sul corrispettivo conseguentemente pattuito.

La Corte di Cassazione con sentenza n. 17053 del 16 giugno 2021 ha affermato innanzitutto che “con riguardo alle azioni di società, le qualità delle stesse che, secondo il comune apprezzamento, devono ritenersi determinanti del consenso, debbono, pertanto, limitarsi a quelle che attengono alla funzione tipica delle azioni predette, e cioè all’insieme delle facoltà e dei diritti che esse conferiscono al loro titolare, nella struttura della società, senza alcun riguardo al valore di mercato di esse, quale può risultare dal bilancio, dallo stato patrimoniale della società e da tutti gli altri elementi che influiscono sul loro valore”.

La Corte ha chiarito, infatti, che proprio la varietà di detti elementi interni ed esterni – quali ad es. la possibilità di sviluppo dell’attività economica, la congiuntura di mercato, l’appartenenza della società ad un gruppo piuttosto che ad un altro – impedisce di inserire il valore economico dell’azione nell’ambito delle sue qualità nel senso di cui all’art. 1429 c.c. ovvero, ai sensi dell’art. 1497 c.c., quanto alla risoluzione per difetto di “qualità” della cosa venduta: “Il contraente che compra (o vende) le azioni, infatti, non può essere esposto al rischio di veder annullato il negozio che ha concluso ad un prezzo concordato, mediante un’azione di annullamento che pretenda di basarsi su di una revisione del prezzo, tramite la revisione degli atti contabili, per dimostrare quello che non è altro che un errore di valutazione.”.

In questa ottica, emerge, in maniera netta, la differenza tra vendita dell’azione – cui consegue l’acquisto dello status di socio ed anche la misura della partecipazione del nuovo socio nella s.n.c. – e la vendita dell’intero patrimonio o di singoli beni della società “solo in quest’ultimo caso, oggetto della vendita sono i beni della società, e, quindi, non possono non trovare applicazione le garanzie dovuta dal venditore, con riferimento al patrimonio sociale. Nella vendita di azioni, la disciplina giuridica, invece, si ferma all’oggetto immediato e, cioè all’azione oggetto del contratto, mentre non si estende alla consistenza od al valore dei beni costituenti il patrimonio, a meno che l’acquirente, per conseguire tale risultato, non abbia fatto ricorso ad un’espressa clausola di garanzia, frutto dell’autonomia contrattuale, che consente alle parti di rafforzare, diminuire, od escludere convenzionalmente la garanzia, in modo da ricollegare esplicitamente il valore dell’azione al valore dichiarato del patrimonio sociale.”

Non esiste alcuna norma, infatti, che preveda, in ipotesi di vendita di azioni, il riferimento al dato dell’esattezza e della veridicità del bilancio, quale necessario parametro del valore reale delle azioni.

La conseguenza è che, anche nella compravendita delle azioni, in mancanza di specifiche garanzie, assunte dal venditore, la determinazione del prezzo delle azioni è rimessa alla libera volontà delle parti, con conseguente irrilevanza dell’errore in ordine al valore reale dell’azione.

Con riferimento, poi, al dolo, che può comportare – secondo la giurisprudenza di legittimità l’annullamento del contratto in relazione ad ogni tipo di errore determinante del consenso (Cass. 21 gennaio 1996 n. 5773; Cass. 5 febbraio 2007 n. 2479), la Corte precisa che “il semplice mendacio o le omissioni sulla situazione patrimoniale della società non sono da sole sufficienti. In sostanza, ricorre il dolusmalus solo se, tenuto conto delle circostanze di fatto e delle qualità e condizioni dell’altra parte, il mendacio sia accompagnato da malizie ed astuzie volte a realizzare l’inganno voluto ed idonee in concreto a sorprendere una persona di normale diligenza.

Ciò vuol dire che il dolo è rilevante, e la parte ingannata riceve protezione, soltanto se la buona fede non sia costituita da negligenza o da ignoranza.”.

Cass., 16 giugno 2021, n. 17053

Maria Giulia Furlanetto – m.furlanetto@lascalaw.com

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