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Obblighi informativi dell’intermediario: valore probatorio delle cd. “schede rischio”

L’intermediario adempie ai propri obblighi informativi soltanto qualora raccolga preventivamente, all’atto della sottoscrizione del contratto-quadro, il profilo finanziario dell’investitore e gli sottoponga le schede contenenti le caratteristiche descrittive dei titoli recanti la specifica rischiosità dell’operazione.

Con questa massima, la Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione restringe il campo di applicazione delle previsioni di cui all’art. 28 del Regolamento Consob, ritenendo sussistente il dovere in capo all’intermediario di produzione, tra le altre, delle schede contenenti le caratteristiche descrittive degli strumenti d’investimento recanti la specifica e separata indicazione della rischiosità e della inadeguatezza dell’operazione posta in essere dall’investitore.

Nel caso di specie, il ricorso, articolato in quattro motivi, veniva proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’Appello, confermando la pronuncia di primo grado, ha dichiarato infondate le domande di risoluzione per grave inadempimento del contratto di negoziazione ed amministrazione fiduciaria di strumenti finanziari sul conto corrente, avanzata dagli investitori.

La Cassazione, ritenendo corrette le argomentazioni della Corte territoriale, ha confermato la pronuncia di secondo grado, ritenendo che la Banca convenuta avesse adempiuto agli obblighi informativi, sulla stessa gravanti ai sensi dell’art. 28, comma 2, Reg. Consob, mediante la consegna della cd. “scheda rischi”.

Con la scheda rischi, sottoscritta contestualmente alla stipula del contratto di gestione, la Banca ha consentito ai clienti di porre in essere una consapevole scelta di investimento e di impartire un ordine relativo ad un’operazione adeguata al loro profilo di investimento.

Secondo gli ermellini, tali schede non contengono generiche frasi standard prestampate, ma sono perfettamente idonee a dar prova dell’avvenuto rispetto degli obblighi informativi.

Pertanto, nel caso di specie, l’intermediario ha adeguatamente provato di aver fornito ai clienti le avvertenze inerenti all’inadeguatezza degli investimenti proposti, atteso che il giudice di secondo grado, con argomentazioni immuni da vizi logici aveva condiviso l’impostazione del giudice di primo grado secondo cui le operazioni di cui è causa erano pienamente in linea, e quindi adeguate, al profilo dei risparmiatori.

Parimenti, è stato ritenuta inammissibile l’affermazione dei ricorrenti secondo cui la Corte di merito avrebbe ritenuto l’insussistenza del nesso causale sulla base del profilo “speculativo” del cliente.

La Suprema Corte, richiamando il precedente orientamento di cui alla sentenza n. 10111/2018, ha precisato, con particolare riferimento al profilo relativo alle modalità con cui l’investitore deve dedurre l’inadempimento dell’obbligo informativo, che tale allegazione deve necessariamente tradursi nella pur sintetica, ma circostanziata individuazione, delle informazioni che la Banca avrebbe omesso di fornire, dovendo il giudice, nello scrutinare siffatto inadempimento, attenersi ai fatti che l’attore ha posto a fondamento della domanda, senza poter desumere la sussistenza dell’inadempimento dalla mancata offerta di informazioni che neppure l’interessato abbia lamentato di non aver ricevuto.

Tale onere di deduzione deve essere sufficientemente specifico in quanto necessario a consentire alla Banca di provare il proprio adempimento, prova che va rapportata al ventaglio di informazioni che l’investitore ha lamentato di non aver ricevuto.

Nella fattispecie in esame, la Corte di legittimità ha rilevato come il Giudice del secondo grado, facendo buon uso dei principi appena enunciati, ha condivisibilmente affermato che in una situazione – come quella di specie – in cui l’intermediario aveva dimostrato, attraverso la produzione delle schede sottoscritte dagli investitori, contenenti la descrizione delle caratteristiche dei titoli acquistati e dei rischi specifici degli investimenti, di aver adempiuto ai propri doveri informativi.

Pertanto, non era sufficiente per il cliente allegare un generico inadempimento informativo – come invece è avvenuto -, essendo suo specifico onere allegare e dimostrare/ai fini della prova del nesso di causalità, che le informazioni ricevute (come documentate dalla Banca) erano state insufficienti o errate, ed avessero quindi compromesso la reale valutazione del rischio insito nell’operazione di investimento che si andava a compiere.

Federica Mendolia – f.mendolia@lascalaw.com

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